Veloce come il vento, diretto dal giovane Matteo Rovere, è il film perfetto per farci rialzare la testa. In quanto ad adrenalina, non ha nulla da invidiare ai migliori film americani, ma mantiene una grande sensibilità umana.

“Nostro Signore del sangue che corre nel buio delle vene. Reggi il mio braccio sul volante, regola la forza dei miei piedi sull’acceleratore e freno, proteggimi e fa che niente mi accada”.

Il monologo interiore di Giulia, protagonista di Veloce come il vento, è solo uno degli elementi che fanno di questo film una possibile svolta per il nostro cinema. Possiamo realmente evolvere allo stadio successivo, come un giovane pokémon. Se non a un Charizard, possiamo equipararci almeno a un Charmeleon, nonostante un contesto che, come sappiamo, non è dei più rosei.

Quando sentono le parole “cinema italiano” le nuove generazioni non gli associano automaticamente un tagliando di qualità. In effetti, in Italia si producono tanti film senza alcun appeal, anche a livello internazionale. Gag vecchie e sorpassate, storie deboli, sempre le stesse facce per gli stessi personaggi. Oggi è più facile aver visto due stagioni di una discreta serie tv americana come Le regole del delitto perfetto, piuttosto che un bel film italiano.

Negli ultimi anni, a onor del vero, ci sono stati film e registi in grado di farci ricredere sul nostro cinema, come hanno dimostrato quel capolavoro che è Non essere cattivoIl giovane favoloso, Bella e perduta e, nel solo 2016, il documentario Fuocoammare (Orso d’Oro a Berlino) e lo straordinario successo al botteghino di una commedia intelligente come Perfetti Sconosciuti.

Tuttavia certi generi ci sono sempre sembrati irraggiungibili. Con il successo della serie Gomorra, venduta in tutto il mondo, abbiamo dimostrato di poter stare al passo coi tempi nell’intrattenimento da piccolo schermo, ma quando è uscito al cinema Suburra ci eravamo già stufati dei fiumi di sparatorie, famiglie mafiose e cocaina. “Sappiamo fare solo quello”, abbiamo pensato.

Ora invece non abbiamo più scuse. Non fosse bastato il trionfo di critica e pubblico di Lo chiamavano Jeeg Robot, sorprendente opera prima di Gabriele Mainetti dallo sguardo inedito, divertente e soprattutto credibile sul mondo dei supereroi, dopo Veloce come il vento possiamo finalmente gasarci per un nostro film con scene d’azione fichissime, senza timori reverenziali nei confronti di nessuno.

Veloce come il vento: trama e trailer

La famiglia De Martino è da sempre legata alle corse automobilistiche. Dopo la morte del padre, la 17enne Giulia (Matilda De Angelis), giovane talento del campionato italiano GT, si ritrova in un sol colpo senza allenatore e con la responsabilità di crescere da sola il fratello minore Nico. Per provare comunque a vincere il campionato, che le darebbe i soldi necessari a evitare la confisca della casa, Giulia accetta l’aiuto del fratello maggiore Loris (Stefano Accorsi), un ex pilota diventato tossicodipendente.

Il Rush de noantri è in effetti un film drammatico, che parla di una famiglia in lotta per la propria sopravvivenza, della riconciliazione tra due fratelli. Ma di queste cose abbiamo sempre saputo trattare, sono diversi i registi italiani che hanno la sensibilità per farlo. Rendere questi temi ancora più importanti e affascinanti grazie a una forte componente d’intrattenimento, ecco questo non c’era mai stato. Era l’aria da Fast and Furious che ci mancava. Ora non più.

Tu vuò fa l’americano

Le riprese delle gare spaccano, e davvero non hanno nulla da invidiare a quelle di Rush, facendo le debite proporzioni in fatto di budget. È come se all’improvviso Veloce come il vento ci avesse dato il pass per trovarci anche noi in pista, con il rombo dei motori nelle orecchie e nella testa. Se prima eravamo relegati a spettatori passivi, ingrigiti nei posti più remoti delle tribune, ora siamo lì sul cordolo, a soffrire e lottare per ogni decimo di secondo conquistato sul pilota davanti a noi.

Ci sono spettacolari primi piani del volto sudato di Giulia, di cui scorgiamo solo gli occhi sotto il casco, sorpassi al cardiopalma e pure un inseguimento in città che renderebbe orgoglioso Paul Walker. Imola is the new downtown L.A. Ogni scena di corsa è stata fatta con vere macchine e l’utilizzo di un gran numero di piloti, come si nota facilmente dai titoli di coda.

Tutto questo è comunque un pretesto per parlare di voglia rivalsa, di vite al massimo, dove rischiare una traiettoria azzardata in curva può significare il sorpasso decisivo verso un futuro migliore, ma la fatalità di un errore, di una rottura, è sempre dietro l’angolo. Giulia è allenata a correre pulita, a non osare quasi mai. Spinta alle strette, non può tirarsi indietro.

Sentimenti forti e universali accompagnano una storia, che, seppur legata nella lingua e nella tradizione al contesto provinciale dell’Emilia Romagna, ha tutta la forza necessaria per fare breccia nei maggiori mercati mondiali.

L’esordiente Matilda De Angelis ricorda per determinazione, credibilità e talento la Jennifer Lawrence di Un gelido inverno. Stefano Accorsi, nei panni di un disperato mentore per caso, in Veloce come il vento non è esattamente quello della pubblicità. Come quando un attore comico sorprende tutti interpretando un ruolo drammatico (uno dei casi più emblematici fu Adam Sandler in Ubriaco d’amore), qui Accorsi sporca parecchio la propria immagine. Non che l’attore bolognese abbia interpretato in carriera solo ruoli leccati e scintillanti da Casanova, ma vederlo con i capelli lunghi e unti, i denti marci e l’andatura incerta è stato veramente diverso. Altro che “Nuova Peugeot 308”.

Abbiamo fatto gli americani e ci siamo riusciti. I detrattori del nostro cinema avranno ancora da ridire? Sócc’mel che due maroni!

(a 3€, ci sono i #CinemaDays)

Veloce come il vento dimostra che il cinema italiano si sta evolvendo ultima modifica: 2016-04-12T11:38:31+00:00 da Alessio Rocco