Taxidermia è un film del 2006 del regista ungherese György Pálfi. Presentata nella sezione “Un certain regard” al 59° Festival di Cannes, questa pellicola è probabilmente uno dei prodotti più disgustosamente originali degli ultimi anni. Un film tanto consigliato quanto sconsigliato. Scoprite il perché.

Taxidermia: una pellicola “scorbutica”, stomachevole e oscenamente gradevole. Taxidermia? Ma cosa significa? Tassidermia è una parola composta (dal greco “tassein”: ordine, e “derma”: pelle) che indica la tecnica di preparazione a scopo scientifico o amatoriale di pelli animali in modo da garantire nel tempo la loro conservazione, sostituendo la quasi totalità della massa corporea dell’esemplare con manichini armati e articolati di varia natura (muschio, stoppa, gesso, resine, ecc. ) e imbottendole, in modo da dare loro l’aspetto di animali vivi. Insomma, è un film sull’imbalsamazione animale? Non proprio.

Forse risulterà inutile questa premessa (il titolo trasmette alla grande quella che è l’anima del film), tuttavia preferiamo essere chiari fino in fondo: se siete schizzinosi o non sopportate la vista di immagini rivoltanti non guardate Taxidermia. O quantomeno fatelo a stomaco vuoto.

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Il film del regista ungherese György Pálfi si inserisce perfettamente nella  categoria di quei prodotti che andrebbero visti “a scatola chiusa”, proprio perché la natura stravagante della pellicola e la particolarità degli argomenti trattati si prestano incredibilmente a essere “assaporati” (e che amari bocconi!) sul momento, senza preamboli o descrizioni dettagliate. Cercheremo quindi di dire il meno possibile riguardo la trama del film.

La trama di Taxidermia

Taxidermia è il coagulo di tre storie anormali, folli e condite di elementi visivamente disgustosi. La prima sezione del film è ambientata nell’Ungheria della Seconda Guerra Mondiale. In un piccolo e nebbioso avamposto militare, un comandante vive con la moglie, un manipolo di domestiche/ancelle e un unico sottoposto che comanda a bacchetta con crudeltà. Il primo protagonista del film è proprio lui: il soldato semplice Morosgoványi, miserrima e triste figura di soldatino con una smisurata (quanto fantasiosa) passione per la masturbazione e il voyerismo. La sua storia avrà delle evoluzioni tanto particolari quanto inaspettate.

Taxidermia_still-01La seconda parte del film è sempre ambientata in Ungheria, ma questa volta ci troviamo in un periodo collocabile tra gli anni ’70-’80. Kálmán Balatony è un atleta di successo, membro della squadra nazionale di una particolarissima disciplina sportiva (perdonate se non vi diciamo di più ma preferiamo lasciarvi scoprire personalmente il più possibile). La terza ed ultima sezione del film, infine, racconta le vicende del tassidermista che dà il titolo al film.

Un “disgusto funzionale” e mai gratuito

Taxidermia, nonostante i picchi di follia e disgusto resta probabilmente una delle creature cinematografiche più originali degli ultimi anni (l’immagine della sedia che viene ripetutamente sfilata da sotto il culo dello spettatore, in questo caso, calza perfettamente). L’utilizzo del termine “creatura” non è casuale: Taxidermia, infatti, sembra essere un organismo vivente, dotato di cuore pulsante, viscere, nervi, cartilagini e contenente tutti i più ributtanti e fetidi fluidi corporei dell’essere umano. Il film, però, non si riduce al mero concetto di “osceno per osceno”: lo scopo di Pálfi non è quello di turbare lo spettatore. Non solo, almeno.

Le tre storie raccontate hanno un filo conduttore “apparente”, che le lega l’una all’altra, ma che si rivelerà essere pura illusione. La vera linea portante del film è tutt’altra rispetto a quella che viene rappresentata dall’evoluzione delle vicende.

“L’elemento disgustoso” proprio del film è sempre e comunque funzionale per i  temi che vengono analizzati: uno su tutti la spettacolarizzazione del  “turpe” e del “volgare” (sempre molto attuale e valido non solo per  l’Ungheria.  D’Urso e De Filippi se ci siete battete un colpo).

I lampi di genio sono molti, visivamente parlando così come per tematiche affrontate (il riscatto morale per mezzo della “folle” opera artistica).

In poche e povere parole: Taxidermia è una pellicola costruita su elementi fortemente disagevoli ma assolutamente non gratuiti (al contrario di altre pellicole dell’Est giunte recentemente alla ribalta. Ogni riferimento o punzecchiatura a “film serbi” è puramente casuale).

Pálfi, anche sceneggiatore del film (tratto da un racconto di Parti Nagy Lajos), oltre a essere un folle e perverso bastardo, è un regista meticoloso con un ottimo occhio per la “pregevolezza visiva”. La fotografia, davvero molto curata, vive sopratutto di immagini che sembrano balzare fuori dallo schermo grazie ai colori vivaci del film (specie il rosso dell’Ungheria comunista) e ai contrasti cromatici marcatissimi.

Il procedimento adottato dal regista ungherese, sostanzialmente, si può posizionare idealmente in quel contesto di “nuovo estetismo del disgustoso” di cui avevamo già parlato in Brutti sporchi e cattivi.

Taxidermia il film completo su Youtube

Il metodo che abbiamo deciso di adottare per presentarvi questa pellicola visionaria, è stato quello di mettervi una benda sugli occhi e imboccarvi con qualche forchettata di una pietanza dai sapori parecchio speziati. Sta a voi decidere se vi sentite di mangiare tutto il piatto.

Se avete il gusto per prodotti “particolari”, “diversi”, ma incredibilmente ben confezionati e originali, sicuramente Taxidermia è il film che fa per voi. Solo raccomandiamo prudenza e… tenete il Plasil sotto mano.

Taxidermia, il film ultima modifica: 2015-03-10T17:23:00+00:00 da Marco Piva