Secondo capitolo della serie dedicata al mondo della street art. Andrea Pioggia ha scambiato due chiacchiere con ETNIK, un’artista di lunga data, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo,le cui opere sono attualmente esposte alla galleria Square23 di Torino. Le foto dei suoi migliori lavori e il suo punto di vista sulla scena artistica underground in Italia.

 

Etnik, origini svedesi e originalità tutta italiana, inizia la sua “storia d’amore” nel lontano 1992 a Firenze avvicinandosi al mondo dei graffiti urbani prima, a quello dei treni subito dopo, fino a consacrarsi tra i più affermati street artist, grazie al suo inconfondibile stile .

Ha girato il mondo grazie alla sua arte, al suo attivo ha la partecipazione ai principali festival di street art in Italia e in Europa, un viaggio di lavoro in America a San Francisco e a New York, 3 mostre personali una a Roma alla RGB Gallery, una a Milano un anno fa allo Studio d’Ars e una a Torino in svolgimento ora fino a settembre alla galleria Square23.

A Genova possiamo ammirare un’opera di ETNIK nel quartiere di Sampierdarena in via Salucci dietro la Stazione FS, opera realizzata all’interno del progetto “Other City” di Trasherz.org. (Rileggi il primo capitolo della serie sulla Street Art per maggiori info su questo progetto e non solo).

L’INTERVISTA

Etnik, come, quando e perché hai iniziato a dipingere?

Ho iniziato a dipingere graffiti 22 anni fa. Il perché è semplice, per passione del disegno e per divertimento con gli amici, alcuni dei quali sono tutt’oggi miei collaboratori .

Ai tuoi inizi nel lontano 1992 a Firenze, com’era la scena street in città?

Gli inizi sono stati molto sperimentali, gli spazi dovevamo cercarceli e conquistarli: fabbriche abbandonate, depositi o centri sociali erano gli spazi dove dipingere. Da subito ho capito che viaggiare era la chiave per portare avanti al meglio la mia passione.

Quando lo stile “Etnik” ha iniziato a definirsi?

Ho realizzato graffiti ”classici”, se così si può dire, per circa un decennio, anche se non mi è mai bastato fermarmi a ciò che già si sapeva e così ho sperimentato molte cose, come il disegno di carhacters e di concept walls, cioè l’organizzazione di un muro con molti writer a tema unico o con spunti concordati. Il mio ruolo è stato spesso di organizzare graficamente la parete. Questo mi ha dato modo sviluppare molto velocemente la tecnica e la velocità e di evolvere anche il mio stile personale sempre di più verso una visione scenografica delle pareti. Dai primi anni 2000 il mio lettering ha iniziato a staccarsi dal graffito classico, ho cercato di mettere un concetto, un’idea nel disegno e anche esteticamente le forme sono diventate sempre più geometriche. Negli anni ha preso piede in me l’idea di pensare alla città come protagonista dei miei disegni, pur non dimenticando mai la mia tag che uso come soluzione di partenza delle mie composizioni geometriche. Si potrebbe dire che attualmente la mia produzione appartenga al postgraffitismo.

Hai collaborato con alcuni degli artisti più rispettati e celebrati al mondo, chi più di altri ti ha lasciato qualcosa?

Ho avuto la fortuna di conoscere negli anni ’90 quelli che erano i maggiori esponenti del writing mondiale e con molti di essi di poterci dipingere assieme e di frequentarli anche negli anni successivi. La scena tedesca dei grandi murali con un concept sono stai la mia ispirazione, così nel tempo alcuni writers come Loomit, Daim, SatOne, Seak, Dare, Zedz sono diventati amici.

“Bunker 108”, il tuo progetto con Duke 1, ce ne vuoi parlare?

Con Duke 1 dipingo sin dai primi anni ’90, condividiamo il laboratorio (bunker108.com) e collaboriamo principalmente in Toscana con enti pubblici e privati a progetti di riqualifica urbana prevalentemente in spazi pubblici.

Hai lavorato anche in America, che esperienza è stata?

Sono stato due volte in Brasile e quest’anno a San Francisco: esperienze diverse ma importanti. Ho sia esposto che dipinto e vedere quanto il nostro fenomeno sia grande e apprezzato nel resto del mondo mi fa dispiacere per l’Italia che è la culla dell’arte. Artisti singoli italiani sono molto capaci e apprezzati nel mondo, ma l’interesse generale in Italia è molto basso, a differenza del Sud America e degli Stati Uniti dove la street art e il writing hanno un peso maggiore sul fruitore e sulle istituzioni. Ma l’Italia a questo fenomeno è arrivata, come sempre, con 15 anni di ritardo.

Quali sono, tra tutti quelli che hai realizzato, i lavori a cui sei più legato?

Io sono molto legato a tutti i lavori fatti, ogni muro mi ricorda un certo periodo e un certo luogo che ho frequentato, oltre alle persone incontrate.

Cosa ti piace di più di quello che fai?

Principalmente la libertà di poter dipingere e creare tutto quello che voglio, non ho filtri o imposizioni su quello che faccio. Ci sono tante altre caratteristiche positive di questo “mestiere”, come la facile connessione con moltissimi artisti, la possibilità di dialogare con il pubblico, il contatto diretto con la fascia giovanile e come girare il mondo anche con un piccolo budget.

Recentemente eri a Genova per disegnare nel quartiere di Sampierdarena all’interno del progetto “Other City”, ma sappiamo che alcune tue opere sono presenti anche dentro alla vecchia sede del LSOA Buridda. Vuoi spendere due parole per quel luogo?

Ho sempre guardato al Buridda ancor prima di dipingerci come a uno dei primi posti in Italia che ha accolto la Street art. Vedendo gli interventi anni orsono di Useless Idea, Blu e molti altri e collaborando poi con SubliminalArt Magazine, sono arrivato a visitare e dipingere al Buridda fiero di aver lasciato uno dei miei lavori preferiti sulla facciata.

Infine, cosa credi che manchi ancora al mondo della street art e più in generale del writing in Italia per essere finalmente sdoganata e consacrata a vera e propria arte pubblica?

In questi anni in Italia il fenomeno street art sta velocemente crescendo e sto vedendo come un gran numero di festival portino le città a dotarsi di opere permanenti di alta qualità, al pari di molti centri europei. Quello che manca ancora è un interesse generale del pubblico. Il momento storico e la situazione culturale italiana portano purtroppo solo pochi a essere interessati a un fenomeno artistico così interessante e in grande crescita nel mondo.

Street Art, intervista a Etnik ultima modifica: 2014-07-09T20:15:37+00:00 da Andrea Pioggia