Questa settimana andiamo di metallo. Non di quelli pesantissimi, ma nemmeno di quelli posticci e pretenziosi. Ripeschiamo dal bidone “Lost and Found” il disco di debutto degli Stone Sour, la seconda formazione di Corey Taylor e Jim Root, una costola degli Slipknot.

 

Nostalgia canaglia, anzi canaglissima. Primi anni dello scorso decennio, i ragazzetti come me devono decidere da che parte stare. Sei techno o sei rock (punk rock, nella maggior parte dei casi)? Franchino e Ricky Le Roi oppure Blink-182 e System Of A Down? Vestiti stretti o larghi? Discoteche o centri sociali?

Getto la maschera, io stavo con i secondi. E ho sempre avuto una propensione per i lati più estremi, in musica. All’epoca c’era il neonato death metal, che mi attirava il giusto, c’erano i Korn, ma soprattutto c’erano gli Slipknot. Quei nove mattacchioni in tuta e maschera sapevano come fare casino sul palco. Più tardi avrei scoperto che oltre a quel delizioso baccano c’era molto altro, uno sforzo congiunto di produzione, esecuzione e sentimento scarnificato e brutale, a mio parere mai replicato da nessun’altra band.

Corey - YURY

Entravo per la prima volta in una saletta coi miei allegri compagni, carichi a mille per le prime strimpellate insieme. Corey Taylor, il frontman degli Slipknot, era il modello da seguire. Ma non avrei mai potuto cantare come lui, la potenza e la perfezione dei suoi urli erano al di là delle mie capacità. Facevo tesoro di quel 10% dei dischi dove utilizzava la voce in modo tradizionale, lì avrei potuto provare a emularlo.Stone-Sour-Stone-Sour

Stone-Sour-Stone-Sour

Quando mi hanno detto “Corey ha un’altra band, dove fa musica meno cazzuta ma più melodica. Ha una voce fantastica, i pezzi sono fighissimi. Si chiamano Stone Sour”, il signor Taylor è passato da modello a idolo. Da quel momento fino a oggi, avrei ascoltato con piacere e trasporto qualunque cosa a cui avesse contribuito con la sua meravigliosa voce. Anche se la qualità dei lavori suoi e delle sue band è andata indiscutibilmente scemando.Stone-Sour-Stone-Sour

Andiamo a riascoltarci il debutto degli Stone Sour, nell‘omonimo album. Non è soltanto una versione melodica degli Slipknot, è un lavoro di una band del tutto nuova. Ancora più meritevole di attenzione, se si pensa a quanto sia difficile discostarsi dai suoni estremi della sua prima band, che tendono a bollarti come musicista buono solo a suonare quel tipo di genere.

Questo disco è la dimostrazione della bravura e della duttilità del chitarrista James Root, ma soprattutto di Corey Taylor. Non è bravo solo a distruggersi le corde vocali, è un cantante completo, dotato anzi della straordinaria abilità, già mostrata in piccolissima parte con gli Slipknot, di alternare lo scream alle melodie più complesse. “Get Inside”, la traccia d’apertura, non potrebbe palesare più chiaramente questo concetto. Tiro impressionante, classica strofa Nu Metal, break vocale melodico, ritornello da salto obbligatorio, con tutta la potenza vocale di Taylor in bella mostra.

Traccia 2, “Orchids”. Brillante. Un semplice riff della chitarra su cui si stende una voce straordinaria che guida al ritornello, un misto di urlato e cantato con pochi eguali, in assoluto. Pur non essendo troppo vario (diciamolo, se non vi piacciono le prime canzoni non c’è possibilità che vi piaccia il disco) le tracce scorrono una dopo l’altra. I due singoliMonolith” e soprattutto “Inhale” (traccia 6 e 7), dal suono più mainstream ma non per questo di minore efficacia, sono due degli highlights dell’album. Non manca quasi mai il finale a salire d’intensità, marchio di fabbrica della band.

La traccia 8 è a parte, si tratta di una ballata con chitarra acustica e archi, costruita per far risaltare la voce di Taylor. La prova definitiva. Uscita qualche mese prima di Stone Sour, nella colonna sonora di Spider Man, non lascia spazio a interpretazioni. Ora è sotto gli occhi di tutti. Il frontman degli Slipknot non è solo il miglior urlatore in circolazione, è dotato di una delle voci più belle e versatili di sempre.

Verso la fine, punto esclamativo su “Take a Number” (traccia 10) e su “Tumult” (traccia 12), una jam super-casinara che pare messa in fondo al disco apposta per dire “ragazzi, siamo pur sempre una costola degli Slipknot”.

Gli Stone Sour hanno continuato e continueranno a fare uscire dischi, ma non sono mai riusciti a ottenere l’effetto dell’album d’esordio. Un po’ per la sorpresa avuta nel sentire Corey Taylor cantare sul serio per la prima volta, un po’ per l’età che avanza, un po’ per la tendenza a ricercare un suono più facile da ascoltare, a cui pochissime band, quasi nessuna, riesce a sottrarsi.

Detto questo, evviva gli Stone Sour, la band che ha mostrato al mondo uno dei suoi più grandi cantanti e ha partorito uno degli album di riferimento della scena metal dello scorso decennio.

Stone Sour, la redenzione rock di Corey Taylor ultima modifica: 2014-05-01T20:26:13+00:00 da Mattia Cutrone