Un accorato invito a non far ficcare il proprio cervello dentro la farcia approntata alla bell’e meglio da uno dei concorrenti di Masterchef. Bando ai sofismi culinari e alle solite scorciatoie all’italiana! La sacra arte della cucina, di cui in Italia siamo maestri, si può solo imparare sul campo. Meno reality e più trattorie!

Italia: terra di buon cibo, ottimo vino, brava gente (?) e, mai come ora, grandi chef! Uomini e donne che sono diventati i poeti del fois gras, i cantautori del caviale, i pittori della bottarga e, nell’ultimo periodo, gli idoli delle masse: tutti vogliono saper sfilettare, sbucciare, sminuzzare, affettare à la julienne come loro.

E in tanti ci provano: in tutto il mondo, grandi e piccini, si mettono alla prova davanti a chef stellati, nel tentativo di ottenere un fornello un po’ più importante di quello della loro unta cucina a gas.

masterchef, i giudici - YURY

Gli chef ci guadagnano in fama e in euro, i loro ristoranti esplodono di coperti. I novelli Gordon Ramsey hanno il loro tanto sospirato trampolino di lancio e noi spettatori (sì anche io, lo ammetto) ci appassioniamo a seguire quotidianamente cosa accade nelle cucine più “in” della tv.

Ma fermiamoci a riflettere: è davvero così facile diventare uno chef?Capire il cibo e tirarne fuori il meglio in termini di gusto? Imparare un mestiere per cui ci vogliono anni, decenni di gavetta, quella vera, quella sudata, quella in brigata?…

Io con un cuoco ci ho parlato. Uno di quelli che non finiscono sulle copertine patinate, ma che zitto zitto il suo lo ha fatto, non solo nel ristorante di periferia o nella trattoria dell’entroterra ligure. Uno che tra Tokio, New York, Sardegna, Milano e molti altri posti al mondo si è fatto la sua gavetta ed è diventato padrone del suo mestiere.

Ebbene, questo artista del manicaretto non guarda Masterchef, non segue Gordon né Canavacciuolo e non tollera l’idea che il lavoro che si è costruito nel corso di decenni possa essere sminuito e liquidato in fretta e furia con 14 puntate registrate e una finale in diretta.

Poi, dopo aver parlato con lui, ho guardato mia nonna: 5 figli, 9 nipoti, un albergo, poco più di 70 anni di cui 50 passati in cucina. Non perché abbinare l’anatra con i mirtilli fosse la sua passione, ma perché c’era da sfamare famiglia e clienti e qualcuno doveva farlo: Natale, Capodanno, Pasqua, bambini, gravidanze, travagli e parti.

Loro mi hanno fatto pensare al caso specifico dell’Italia, una terra dalla tradizione culinaria invidiabile, dove il mestiere dello chef, così come tanti altri, dovrebbe essere protetto e tutelato, perché rappresentativo del nostro immenso bagaglio culturale. E invece no, per l’ennesima volta, anche se nella più futile delle situazioni, in Italia, vince la scorciatoia.

Siamo ormai troppo abituati a cercare il modo più facile, la via meno in salita, il passaggio dall’amico senza dividere la benzina. Ormai è diventata una prassi pensare che un mestiere possa essere imparato negli studi di un’emittente televisiva: oggi il cuoco, domani magari il chirurgo.

Si enfatizza e si esagera, ma il concetto è chiaro: chi men fatica è a metà dell’opera! Ed ecco spuntare stelle Michelin come funghi nel sottobosco del cuneese, alla faccia di quelli che la stella se la sono sudata, coloro per cui ognuna delle sue cinque punte dorate ha significato anni di sacrifici: falangi perdute tra una lama del coltello e l’affettatrice e qualche Natale in meno passato con i propri figli.

Si riassume in questo modo il tratto tipico dell’italiano medio che cerca la via più facile non solo alle urne elettorali, ma anche nella vita di tutti i giorni. Forse sì, è vero, il quadro delineato è un po’ tragico in relazione all’argomento trattato, ma la prossima volta che vi capiterà di entrare in una trattoria, di quelle dove esci con la linea di una mamma pronta a sfornare una tripletta di gemelli e il portafoglio che non piange nemmeno più di tanto, guardate le mani di chi vi ha portato i ravioli a tavola. Poi tornate a casa e guardate quelle dei concorrenti dell’ultima edizione di Masterchef e capirete perché, quando guardo Masterchef, ammicco a Cracco e rido per Bastianich, ma tifo sempre la “Trattoria di Nonna Bice”.

Greta Biolzi

Un, due, tre… stella Michelin! ultima modifica: 2014-03-28T12:45:19+00:00 da YURY