Arriva a Genova per tutti i mercoledì di maggio La Settimanale di Fotografia, una rassegna che propone uno sguardo profondo a un’arte sempre più diffusa e popolare grazie anche alle nuove tecnologie 2.0. Organizzata dall’associazione Sacs, vedrà Simone Lezzi e Maurizio Garofalo moderare gli interventi di esperti e professionisti, esponenti illustri di diversi stili e settori della fotografia. Dalle 19 alle 21 nella Sala del Munizioniere di Palazzo Ducale.

 

Quattro incontri e quattro grandi fotografi che racconteranno il loro lavoro dietro l’obiettivo e la loro esperienza da professionisti. Questa sarà La Settimanale, evento puramente gratuito per discutere, confrontarsi e approfondire tutto quello che riguarda la fotografia.

L’evento, promosso dall’associazione fotografica SACS vuole essere il primo di una serie di iniziative che hanno l’intento di coinvolgere chiunque senta il medesimo desiderio di creare interesse per la fotografia a Genova e condividerlo con i moltissimi appassionati e fotografi professionisti di questa città. L’evento inizierà il 6 maggio presso la sala Munizioniere di Palazzo Ducale a Genova e si ripeterà tutti mercoledì, fino alla fine del mese, dalle ore 19 alle 21. L’iniziativa non si limita all’idea di organizzare semplici incontri con grandi fotografi, ma rientra in un progetto più ampio che ambisce a creare, a Genova, un’attività culturale legata alla fotografia sempre più importante e costante. L’associazione fotografica SACS sostiene e crede sia fondamentale la collaborazione tra le varie realtà culturali della città, come è avvenuto per La Settimanale di Fotografia con la Fondazione per la Cultura di Palazzo Ducale, che con grande entusiasmo ha sostenuto il progetto e messo a disposizione i locali.

Simone Lezzi e Maurizio Garofalo saranno gli interlocutori delle 4 giornate di incontri e confronti dalle 19 alle 22, presentando gli ospiti e mediando tra loro e il pubblico. Gli ospiti: il 6 maggio Settimio Benedusi, fotografo di moda, il 13 maggio Alessandro Gandolfi, fotogiornalista di National Geographic. Il 20 maggio sarà la volta di Manila Camarini, photoeditor di Repubblica, mentre il 27 maggio protagonista sarà Stefano Guindani, ritrattista e fondatore dell’Agenzia SGP.

27 maggio – Stefano Guindani, fotografo ritrattista

La Settimanale 2015 chiude in bellezza: ultimo ospite della rassegna è stato Stefano Guindani, fotografo di reportage sociali, celebrity e moda internazionale.

Più anime convivono in una sola macchina fotografica, più stili e più passioni coesistono in un grande interprete della scena fotografica italiana contemporanea: “Ieri ad Haiti, oggi moda, a luglio in Bolivia alle carceri. Sono fortunato perché posso fare tante cose diverse. Io non riesco a fare due volte la stessa cosa”, un’irrequietezza e una curiosità di fondo che gli permettono di passare dalle star del jet set ai bambini di Haiti, dalle top model ai naufraghi del Mediterraneo. Sempre – come dice lo stesso Guindani – per “cercare il bello ovunque. Sono malato, è una deformazione professionale. Specializzarmi nei reportage? Mi piacerebbe. A 10 un prete all’oratorio mi diede una macchina fotografica finta. Ho cominciato a giocarci e da lì non ho più smesso. Ho iniziato a 17 anni con sfilate e backstage e oggi a 46 posso permettermi di spaziare in più campi. Non so se i miei reportage sono all’altezza. Io li vivo come esperimento, come esperienza e vedo che sono molto apprezzati e utili a sensibilizzare le persone”.

Il racconto delle sue esperienze più toccanti si affianca, nel descrivere la sua passione al ‘popolo’ de La Settimanale, alle curiosità e ai consigli ai giovani ed aspiranti fotografi.

Lo stile di Stefano Guindani è improntato al realismo, soprattutto per quanto riguarda i ritratti: “Dico sì alla post produzione, ma molto più del contorno che nei visi. Non voglio ritoccare ad esempio le rughe di un anziano. Sul fisico cerco di intervenire il meno possibile. Anche perché ultimamente c’è stato un appiattimento sotto questo pinto di vista, alcuni spianano tutto quello che c’è, anche se usano solo due pennelli. Così si perde l’espressione”.

L’espressione è ovviamente quell’elemento che Guindani ricerca per raccontare una storia attraverso un volto, considerando che anche la vicenda umana più amara può essere introdotta da un sorriso. “Come riesco a far sorridere i soggetti? Gli racconto di tutto. Devi capire la chiave, il senso, che può essere la politica o, come mi è successo, il tipo di droga . Devi portare loro stessi a raccontare la loro storia con il volto”.

Ma per ottenere un sorriso a volte non serve che offrire a propria volta un sorriso: “Il sorriso apre tutte le porte e delle volte è la tua via di uscita. A Guatemala City ad esempio vedo uno che ci segue con la pistola. L’ho scampata scherzando”.  E qui ecco che escono aneddoti e curiosità dei suoi innumerevoli viaggi: “Viaggio spesso in Sud America per raccogliere fondi per alcune associazioni benefiche e chiedo a tutti i miei collaboratori rispetto. Nel mio lavoro bisogna avere grande rispetto”.

Sorriso e rispetto, così Stefano è riuscito ad affrontare anche le situazioni più difficili e struggenti in giro per il mondo: “In Bolivia ho travato orde di ragazzini che inalavano la colla. Come ho fatto a ottenere la loro fiducia? Avevo una Reflex da 3000 euro, gli ho detto che era da 3000 ma che l’avevo rubata. La Paz è un posto incantevole e quei ragazzi mi hanno stregato. Sono tornato a casa dicendo a mia moglie: torno là 15 giorni per recuperare Junior (8 anni), strafatto di colla per portarlo con me e prestargli assistenza”.

Dai 4000 metri di La Paz al disastro di Haiti: “Ad Haiti è venuto con me Alessio Genovese, in uno scenario di cataste di cadaveri e partite di calcio tra ragazzi amputati. In quel caso ho dovuto un po’ tappare il lato sensoriale, perché era veramente una situazione difficile. Il sorriso mi serviva anche per mascherare il pianto. È anche un modo per sopravvivere. Dopo 12 volte ad Haiti ho capito perché la sera si ubriacano tutti: è il posto più povero del mondo e ci sono i cadaveri per strada. Trascorro spesso dai 5 ai 20 giorni in posti come Haiti, ma solo come amatore”. Presente anch’egli alla Settimanale 2015, Genovese ha rivelato un interessante dettaglio del suo rapporto con Guindani: “Da Stefano ho imparato la faccia da culo”.Haiti - Stefano Guindani

Incuriosita dall’entusiasmo per una terra così sfortunata, la platea del Munizioniere gli chiede di più sull’esperienza nell’isola caraibica: “Il Vodoo ad Haiti? È una religione, niente bamboline, la gente va in trance come noi in discoteca. Se rispetti quello in cui crede, la gente si concede: l’80%, se chiedi, si lascia fotografare, poi io in più spiegavo che stavo realizzando un libro coi proventi del quale costruire un ospedale”.

Infine, un accenno anche al tema sempre attuale delle migrazioni e al reportage ‘Mare Nostrum’, dedicato all’omonima operazione che Stefano Guindani ha testimoniato con i suoi scatti: una missione condotta dalla Marina Militare Italiana, che a Lampedusa ha accolto e dato soccorso ad oltre 60.000 migranti. “Sette giorni in una nave da guerra – ha raccontato il fotografo -. Il mare è tosto, peggio di Haiti. Poi, trovati i migranti, ho strappato anche a loro dei sorrisi, persino ad alcune donne che erano appena state violentate in Tunisia”.

La passione armata di sorriso e rispetto non significa però fotografare tutto ciò che ci passa davanti agli occhi, talvolta Guindani applica infatti un filtro morale: “A volte faccio bene a non fare delle foto. Voglio trasmettere positività e serenità. A El Salvador volevo fotografare una ragazza deforme, con un buco in gola per respirare, ma bellissima, occhi splendidi, curata, prigioniera di un corpo che non voleva avere. Non l’ho scattata, perché in quel momento non sarei riuscito a far capire la sua bellezza. Avrebbero visto solo la deformità”.

Per i professionisti e gli amatori presenti alla Settimanale, Guindani svela anche le sue preferenze in fatto di tecniche fotografiche: “Adoro lo snapshot, le istantanee sono le più belle, quelle che rimangono e che ti lasciano di più. Cassius Clay che guarda a terra Sonny Liston è qualcosa di più che un ritratto progettato in studio. Per il mio lavoro [di fotografo delle star, ndr] la pellicola è veramente morta. I tempi sono troppo lunghi, la mia ultima analogica l’ho venduta 7 anni fa. Personaggi come ad esempio Donatella Versace non aspettano 2 giorni ma vogliono vedere subito gli scatti”.

In questo perenne equilibrismo a cavallo della contraddizione, Guindani mostra anche una certa anarchia in fatto di ritratti, tagliando ai suoi soggetti capelli, le teste, in pratica infrangendo  le regole di questa tecnica: “È l’influenza di Sergio Leone. Spesso mi bastano gli occhi e la bocca”.

In ultimo, alcune considerazioni generali sulla fotografia di oggi e soprattutto di domani: “Instagram? Il mezzo è relativo. Se Picasso avesse disegnata con la matita o col pennello non sarebbe cambiato nulla. L’importante è il mezzo lo abbia fatto raggiungere il suo scopo. Oggi in effetti siamo bombardati dalle foto, e forse c’è bisogno di un limite. Io lo vorrei dato dall’educazione. Piatti e gattini non li apprezzo, ma non li sto a discutere. Vorrei poi che il limite ci fosse anche dal punto di vista professionale. Capita talvolta che un direttore invii i giornalisti a fare foto col cellulare e che poi si lamenti che non vende copie. Questo mercato sta cambiando, bisogna stare al passo coi tempi anche se ora il ritmo è altissimo. Ora si dicono sui social network le stesse cose nefaste che si dicevano con l’avvento del digitale. Io, invece ho una visione positiva della tecnologia”.

[Alessandro Pucci]


20 maggio – Manila Camarini, photoeditor

11053337_423778684460275_1880980664374099161_nMercoledì 20 maggio il ciclo di incontri de La Settimanale si è arricchito di un’ulteriore voce dal mondo della fotografia: Manila Camarini, photoeditor di D di Repubblica. La prima non fotografa dopo i professionisti dello scatto Settimio Benedusi e Alessandro Gandolfi, ci ha mostrato l’altro lato di un mondo di obbiettivi da montare ed obiettivi da raggiungere, la versione della storia di chi le fotografie non le realizza (“Non sono una fotografa”), ma le riceve quotidianamente per pubblicarle sulla rivista cartacea per la quale lavora dal 2003, occupandosi principalmente di fotogiornalismo.

La figura del photoeditor, spesso sottovalutata, ha un’enorme importanza nel mondo della fotografia e dell’editoria. Il photoeditor, infatti, deve avere la capacità di rendere fruibile un testo tramite la lettura delle immagini, saper scegliere i fotografi e le storie più interessanti e di attualità e per farlo occorre avere una grande cultura fotografica ed essere continuamente aggiornato. Non a caso il photoeditor è definito come “un professionista della fotografia che non fa foto e un giornalista che non scrive.

Il mio è un mestiere recente – esordisce Manila –  nasce con la Repubblica (fondata nel 1976, n.d.r.), anche se ai suoi albori Scalfari (lo storico fondatore e direttore, n.d.r.) non dava molta importanza alle fotografie. Con l’avvento del colore iniziarono a uscire inserti e settimanali ed è proprio qui che sono nati i primi photoeditor italiani”. Ed ecco la sua storia: “Come ho iniziato? Per caso, non ho mai voluto fotografare. Ho studiato lingue, ma non volevo fare la traduttrice. Così ho iniziato a mandare curricula in giro, finché mi prese un’agenzia fotogiornalistica che si occupava di ritratti di grandi personaggi della cultura internazionale. Ai tempi facevo la venditrice di questi servizi a quotidiani e riviste”. “Settimane infernali” e tanti impegni, tra Festival di Sanremo e di Cannes, ma è lì, in quella gran confusione, che è nata Manila Camarini: “Lì ho imparato l’importanza della velocità e della precisione. Quel periodo di gran caos è stato poi la mia salvezza”. Quando è entrata a lavorare nel campo dell’editoria non esistevano scuole di photoediting e la sua storia in questo campo ha inizio quando la rivista Panorama Travel, con cui era spesso in contatto, la chiamò “dall’altra parte della barricata”.

ManilaQuindi per lei prima Mondadori e poi il passaggio al gruppo L’Espresso. “Considero D un gioiellino, un femminile che nemmeno ai tempi trattava solo di futili argomenti quali abbigliamento, trucchi, life style, shopping e bellezza, ma aveva, all’inizio, anche un’importante sezione di attualità”. Certo ora non è diventato a sua immagine e somiglianza (stile alternative, maglietta dei Ramones e fermacapelli di legno scuro a legare i lunghi capelli raccolti) perché, racconta, “il mio lavoro deve passare attraverso la funzionalità: non tutto ciò che pubblico mi piace, ma sono all’interno di un gruppo, c’è un direttore che decide e io devo pensare più che al mio gusto allo spirito, agli obbiettivi e al target del magazine”. Quello che descrive Camarini non è certo un lavoro per chi non regge la pressione: “Non siamo mai tranquilli, i grafici e giornalisti in confronto hanno vita più facile. Il fotografico invece è un ufficio molto caotico, una centrifuga. Ricevo dalle 400 alle 450 mail al giorno a cui, mi scuso molto, non riesco a rispondere. Ma, vi giuro, le foto le guardo tutte e se ne trovo che funzionano state certi che chiamo l’autore nel giro di 30 secondi”.

Con il proiettore Manila mostra al pubblico un pó di lavori firmati da grandi fotografi con cui ha collaborato. Dal servizio dei ricchi cinesi alle Pussy Riot tornate libere dopo il carcare, la strage di Utoya per arrivare ai senza tetto che vivono sotto terra nei canali di scolo di Las Vegas. Poi propone un gioco interessante e partecipativo: indovinare qual è, fra le tante foto di un servizio, quella che hai poi meritato la doppia pagina di D, tenendo conto della piega e dello spazio dove inserire del testo. Un modo per farci capire come si lavora veramente da photoeditor e cosa sia importante far vedere al lettore. Stimolato, il pubblico del Munizioniere inizia a porle molte domande, dalle quali si scopre ad esempio che una foto per riviste come Celebrity puo anche costare ben 5000 euro. Qualcuno chiede che impatto abbiano i social network sul suo lavoro: “È un altro utilissimo canale in cui si trovano validi fotografi, ne approfitto per consigliarvi Seven o LensCulture, riviste online da cui nascono grandiosi servizi fotografici”. Ancora: “Ma non stonano a volte le foto pubblicitarie affianco a grandi servizi giornalistici?“, chiedono. “Allora, ogni giornale ha un timone in cui posizionare le foto e i vari elementi, ovviamente le pubblicità non dipendono solo da me. Certo, un servizio sulle donne sfregiate con l’acido con affianco una pubblicità della Lancôme sarebbe un insulto, ma è grazie ai soldi degli inserzionisti che ci possiamo permettere di comprare i servizi dei migliori fotografi al mondo. Prima della crisi potevamo permetterci molta più libertà, oggi la foliazione si è ridotta e il modo di leggere è cambiato. Basti pensare che anche su internet a prendere più views sono le gallery ‘leggere’ in colonna destra, foto che non sono certo scelte da professionisti del photoediting. Di contro ci sono oggi sempre più scuole che evitano di iniziare direttamente in agenzia fotografica, ma io sono fiera di aver iniziato con la camera oscura e prima del 2.0”.

11053681_423778687793608_6015818003768032170_nParla direttamente ai tanti fotografi o aspiranti tali presenti in Sala Munizioniere, Manila Camarini, ma anche a tutti quelli che quotidianamente le inviano servizi fotografici nella speranza che vengano pubblicati su D: “Ma c’è spazio in riviste come D di repubblica per le nostre fotografie?“, le viene domandato. “Lo spazio e la voglia ci sono sempre, sono i soldi che mancano!”. “Innanzitutto è bene non confondere D di Repubblica con Io Donna, nostro principale competitor”, ma al di là di qualche distratto che non troverà mai spazio nelle sue pagine, Manila riscontra il grande successo che recentemente stanno riscuotendo i fotografi italiani premiati anche all’estero. “Portate avanti la vostra passione, ma questa deve comunque passare dalla conoscenza. Su internet avete la possibilità di sfogliare tutta la fotografia del mondo, vedere cosa funziona. Guardate cosa pubblicano le riviste a cui scrivete, documentatevi e preparate il vostro servizio in base al tipo di testata a cui vi state rivolgendo”. Per sottolineare l’mportanza della conoscenza e della peparazione al fianco del talento e della passione per la fotografia al fine di affermarsi professionalmente, Manila estrae dall’album dei ricordi anche un aneddoto personale: “Io addirittura, quando non esisteva ancora internet andavo negli aeroporti anche due ore prima di un volo per avere la possibilità di leggere e sfogliare la stampa e le riviste estere (costossisime in Italia) e vedere il loro stile. Per fortuna ora mi arriva a casa tutto in cartaceo che per me é un godimento”.

Discorrendo ancora con i ragazzi del pubblico c’è spazio anche per ricollegarsi al precedente incontro. “Alessandro Gandolfi vi ha detto ‘prendete la macchina fotografica e partite’. Io vi dico che ho necessità di alternare anche con foto a noi più vicine, con progetti personali che trasmettono empatia e in cui ci si può ritrovare”. Infine la chiosa: “Queste serate sono speciali, permettono alla fotografia di continuare a vivere e a rinnovarsi. Come arrivare a D di Repubblica? Vi do la mia mail! Sappiate che è difficile, siete tanti, c’è una crisi mondiale e per il cartaceo è ancora peggio. L’editoria sta cambiando ma se siete qui è per l’incanto che conserva questo mondo. Se avete modo di rischiare fatelo, ma vi ripeto, documentatevi, guardate tutto quello che è già stato fatto e poi trovate la vostra chiave, la vostra scrittura fotografica”, ha consigliato a tutti i presenti l’ospite del terzo incontro de La Settimanale.

Insomma, la situazione occupazionale non è delle migliori, ma per chi ha passione, preparazione e i giusti indirizzi e-mail in agenda, diventare l’occhio delle maggiori riviste italiane e internazionali è sempre possibile.

[Glauco Flori & Alessandro Pucci]


13 maggio – Alessandro Gandolfi, fotogiornalista

La fotografia dal suo lato più avventuroso, il fotografo come professionista del viaggio. Alessandro Gandolfi, occhio di molte riviste nazionali ed estere, ha voluto comunicare innanzitutto questi aspetti del proprio lavoro di fotogiornalista freelance.

Alessandro Gandolfi a La Settimanale di Fotografia. Genova, 13 maggio 2015Esponendo al pubblico della Sala Munizioniere (circa 300 persone) le tante fotografie scattate in giro per il mondo e le pagine sulle quali sono poi state pubblicate, poco a poco è emersa la sua filosofia di scatto e il suo modo di intendere il proprio mestiere. Una concezione che ai più romantici è apparsa anche un po’ fredda, che lascia più spazio al calcolo di tutte le variabili che al coinvolgimento emotivo, centrato in primis sull’ottimizzazione dei mezzi a disposizione per portare a casa il risultato desiderato: una storia originale da raccontare grazie alla potenza di immagini dal forte valore narrativo e poi da vendere a quante più testate e agenzie possibile. Perché oltre a non mettere a repentaglio la propria vita (cosa che per molti fotografi di guerra non appare così scontata), il giornalista fotografico deve tenere a mente che il suo è un lavoro finalizzato al guadagno (anche questa ovvietà ha stupito alcuni dei presenti), che passa dal presentare un prodotto appetibile ai propri contatti.

Guardare la realtà da altri punti di vista, cercare storie nuove da raccontare unendo una successione di fotografie a un testo, perché nonostante non ci siano molti fotografi bravi anche a scrivere, questi due linguaggi sono due facce della stessa medaglia, soprattutto per quanto riguarda la fase di preparazione” al viaggio da cui scaturirà il servizio giornalistico. Mostrare la borghesia benestante di Tirana o i ‘nuovi Paperoni’ cinesi presuppone un’attenta attività di ricerca a priori di notizie fotografabili, cioè rappresentabili con le foto.

Ma come trova Alessandro Gandolfi le sue notizie? “Non certo dai giornali. La mia fonte privilegiata è il passaparola di amici e colleghi”. Qualcuno gli fa notare che queste storie non riguardano l’ingiustizia sociale subita dalle classi più povere, così come manca di uno sguardo analitico ai fenomeni osservati: “Preferisco il giornalismo di stampo anglosassone, quello senza pregiudizi ideologici di nessun genere”, ha riposto Gandolfi all’appunto, aggiungendo poi: “Mi faccio coinvolgere più dall’idea, sono mosso dalla voglia di raccontare una storia interessante”. Interessante come quella che ha trovato in Corea del Sud: il modo dei suoi abitanti di pensare alla vicina Corea del Nord. Un’esperienza straordinaria lungo i tunnel scavati durante la guerra dai soldati per attraversare il confine e invadere il territorio nemico, esperienza che come sempre Alessandro ha vissuto da solo: “La mia è una professione solitaria. Devo essere libero di seguire una pista anche imprevista. In una situazione simile dipendo solo da me stesso, sono io con la mia macchina fotografica e avere un assistente sarebbe solo un peso”.

Mostrando il frutto del suo lavoro, Gandolfi ha illustrato una Corea surreale, quella del mito della perfezione estetica e del record di “ritocchini”, in particolare nel quartiere di Gangnam, in cui la chirurgia plastica è addirittura un’ossessione. Le ultime considerazioni emerse nel dibattito riguardano ancora il ruolo del fotografo. Nel cercare di ricostruire una storia incontrare le persone è ancora più utile di conoscerle a distanza e spesso è necessario entrare proprio in contatto con in protagonisti delle tue storie e delle fotografie: “O sei bravo scattare senza fartene accorgere, oppure devi usare una certa dose di faccia tosta“. Presentare il resoconto di una particolare realtà talvolta implica di “confondersi con la carta da parati, cioè mimetizzarsi, confondersi con l’ambiente circostante. Questo perché, soprattutto nei volti si è sempre alla ricerca della spontaneità, della naturalezza dell’espressione”. In conclusione ancora una battuta di Alessandro Gandolfi sulla post produzione: “La post produzione enfatizzata mette in ginocchio la fotografia. Noi la chiamiamo ottimizzazione, ma agisce solo su luci, ombre, colori e ritaglio. Di norma non si possono aggiungere o togliere mai oggetti dalle foto, che equivale a mentire. Anche perché le mie foto hanno un contenuto giornalistico, non un valore squisitamente estetico: per me una foto è solo un tassello del mosaico di una storia da raccontare“.

[Alessandro Pucci]


6 maggio – Settimio Benedusi, fotografo di moda

BizzarriIl fotografo Settimio Benedusi, cresciuto con Fabrizio de André e nato in terra ligure, cappello sempre in testa perché come dice lui “almeno le idee non fuggono via” e camicia scozzese, ha intrattenuto un pubblico giovane di quasi 300 unità per circa due ore di rassegna, parlando senza fermarsi con l’aiuto di una valletta speciale, Luca Bizzarri, famoso attore e comico genovese. Settimio Benedusi é un professionista di fama mondiale nel campo della moda. Nella sua carriera ha fotografato migliaia di modelle vestite ma sopratutto svestite, impegnandosi anche in campagne e lavori fotografici decisamente diversi dal solito binomio pop “tette e culi”.

Le fotografie devono avere un senso e quando le fotografie hanno un senso, mostrano un loro percorso“, ha affermato Benedusi, che ha sottolineato l’importanza di questo percorso e della progettualità per riuscire a realizzare un prodotto professionale di qualità, oggi in parte artificiale grazie all’avvento di tutti i programmi di post produzione. “Partendo dal presupposto che realizzare fotografie non è avere una macchina fotografica al collo e andare in giro andare a fare click click click – ha proseguito l’ospite de La Settimanale -, noi fotografiamo ciò che siamo. Se uno è un imbecille che guarda il Grande Fratello, le sue fotografie diranno che è un imbecille che guarda il Grande Fratello. Punto” (applauso del pubblico). La personale visione dell’arte fotografica è stata poi ulteriormente delineata mettendo ancora una volta al centro del discorso la figura del fotografo: “Facendo uno step in avanti, la fotografia è più bastarda della scrittura, perché la fotografia, anche quella che uno fa con il telefonino a cazzo di cane (testualmente, n.d.r.), dice inconsciamente delle cose della persona che l’ha scattata“, per cui, come sostiene Settimio, ti porta inevitabilmente di fronte a una scelta: “la fotografia è sempre scegliere qualcosa da immortalare e non qualcos’altro”.

Bisogna stare molto attenti a come si fotografa, perché la fotografia è un linguaggio per comunicare che ci identifica e descrive il nostro gusto musicale-letterario, la nostra istruzione, la nostra sensibilità e il nostro stato sociale. C’è uno stretto e fine rapporto fra noi, la nostra storia e quello che vogliamo impressionare o caricare sulla nostra scheda microSD da miliardi di byte. La fotografia è passione, gusto, lavoro e studio tutto mischiato assieme e Settimio Benedusi lo ha raccontato al pubblico genovese dopo i suoi 30 anni di esperienza in giro per il mondo.

[Glauco Flori]

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La Settimanale di Fotografia scatto dopo scatto ultima modifica: 2015-05-04T18:43:44+00:00 da Alessandro Pucci