Le esperienze che oggi viviamo attraverso i social media sono state già ampiamente raccontate. L’evoluzione tecnologica a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 ha dato avvio, rimanendone a sua volta influenzata in un feedback continuo, a un movimento critico che ha profetizzato parte del mondo virtuale in cui viviamo oggi: il cyberpunk.

C’era una volta la Silicon Valley a Los Angeles, California.
C’era una volta il primo personal computer.
C’era una volta il cyberspazio.

Dai primi anni ‘7article-2482131-191C9D2A00000578-349_634x4250 ai tardi ’80 il mondo dell’informatica subì un’accelerata dai risvolti imprevedibili. Questo mutamento tecnologico portò alla creazioni di realtà virtuali, o iperrealtà, in cui vennero creati sistemi e prodotti con i quali era possibile interfacciarsi per creare e ricreare esperienze o interpretare desideri e illusioni: dai primi videogiochi alle famose chatroom, fino ai moderni social network.

 

Contemporaneamente a questo progresso tecnologico andò sviluppandosi una corrente di pensiero, che ne immaginava le implicazioni e si chiedeva in modo critico a quali consegugibsonenze avrebbe portato questa unione fra la tecnologia avanzata e il potere delle multinazionali: erano i primi cyberpunk, i profeti della Rete.

Bruce Sterling, nella prefazione a La notte che bruciammo Chrome (1986) di William Gibson, scriveva che gli autori cyberpunk hanno <influenza senza responsabilità: pochissimi si sentono in obbligo di prenderci sul serio, e tuttavia le nostre idee penetrano nella cultura, si diffondono in maniera invisibile come una radiazione di fondo>, e così è stato, in un certo senso: il futuro che ci viene raccontato, popolato da una fusione concreta fra essere umano e tecnologia, da sofisticate droghe sintetiche, dallo strapotere delle corporazioni, da un gap sempre più ampio fra poveri e ricchi, è un futuro che per noi è già qui, proprio a partire dai digital media. Attraverso l’utilizzo continuo e spesso inconsapevole di queste piattaforme virtuali operiamo un autocondizionamento, guidato proprio da quei persuasori occulti che fungono da anello di collegamento fra l’establishment politico ed economico e la massa, e infatti basti pensare alla seduttiva idea dell’avatar, l’alter ego virtuale per eccellenza, attraverso il quale si possono conquistare ruoli sociali lontani dalle proprie realtà fisiche.

I simboli di status assurgono a status stesso e quindi attivano meccanismi di questo tipo: il profilo non è più una marginale proiezione della personalità dell’individuo, ma il meccanismo che la regola e la definisce, annullandola. La società post industriale in cui viviamo umilia la forza individuale, se non conformata, per garantire il funzionamento della macchina che agisce per e sull’uomo e a questo processo i social network sono fondamentali alleati.

social

Le realtà virtuali immaginate da Gibson e dagli scrittori cyberpunk si sono concretizzate nell’ondata di piattaforme social di cui tutti, volenti o nolenti, facciamo uso e spesso abuso. Questa sorta di profezia diventa man mano sempre più attuale e tangibile: quando in Virtual Light ci viene proposto un protagonista che nel mondo fisico vive in una scatola di cartone nella metropolitana di Tokyo, ma che nella realtà virtuale abita e si sposta fra giganteschi database, penetrandone i segreti e determinando l’ascesa o la caduta di potenti multinazionali, ci appare come un’idea sempre meno sconcertante.

L’universo cyberpunk si è interrogato per primo sulla scissione sempre più grande fra la realtà fisica in cui ogni individuo vive ed esercita la propria identità e l’iperrealtà in cui questa identità si proietta. Infatti se nel 1984 la figura di un “cowboy della consolle” (una sorta di hacker che abita nella Rete) poteva sembrare avvenieristica, a oggi può quasi passare per datata, per superata, seppure contenga i semi di un mondo virtuale futuro a cui stiamo andando incontro in modo sempre più deciso e spedito.

I digital media sono il primo passo verso la vita nel cyberspazio: il tempo che le persone passano nel mondo fisico si sta accorciando grandemente, in favore di un’esistenza sempre più dipendente dalla tecnologia e dalla comunicazione virtuale.

Lascio i lettori con il trailer di un film del 1995, Strange Days di Kathryn Bigelow: una pellicola profondamente cyberpunk, che interpreta magistralmente gli oscuri timori legati alle realtà virtuali.

Quando eravamo cyberpunk: perchè i social network sono un sogno di ieri ultima modifica: 2015-04-09T19:46:48+00:00 da Margherita Basso