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Da pochi giorni è in sala “Vizio di forma”, film psichedelico con protagonista Joaquin Phoenix. Prima di lanciarci nella recensione, abbiamo deciso di approfondire il lavoro del suo regista: Paul Thomas Anderson, una certezza assoluta nella moderna Hollywood d’autore. Scopriamo chi è e perché ci ha tanto colpiti in questa breve retrospettiva.

 

Raffinato, visionario, completo, articolato, maniaco del dettaglio. Miglior regista a Cannes, Orso d’oro al festival di Berlino, 5 nomination agli Oscar e una ai Golden Globe. In tre parole: Paul Thomas Anderson. Il curriculum parla da sé, ma non rende sufficientemente onore a uno dei più grandi registi in circolazione.

I suoi film corali, mai banali, non estranei al confronto con temi importanti e complessi come l’amore o il significato dell’esistenza, fortemente centrati sulle psicologie dei personaggi, hanno raccolto consensi in tutto il mondo, eppure non gli sono ancora valsi la fama che merita, almeno qui nel bel paese.

 

L’uso straordinariamente curato e insistito del piano sequenza è il suo tratto distintivo più evidente, in controtendenza con quanto avviene di frequente nel cinema contemporaneo dove, spesso, le operazioni di montaggio spingono sulla frammentazione delle sequenze rendendole ipercinetiche. Anderson è un autore complesso, ma allo stesso tempo perfettamente fruibile da un vasto pubblico, non solo da una ristretta èlite intellettuale. Il suo è un cinema ambizioso, già ripetutamente accostato ai grandissimi della storia della Settima Arte. In quanto a grandezza e maestosità, non sembra un’eresia paragonare Anderson a grandi registi come Scorsese, Altman e l’intoccabile Stanley Kubrick.

Via coi film!

1999 – Magnolia (Trailer ITA)

É un film assoluto. Assoluto per i temi trattati che vanno dalla solitudine dell’essere umano, passando per l’amore, la potenza del “caso” (o “destino” che dir si voglia), la contaminazione della finzione scenica con la realtà e viceversa. Magnolia è un’opera che parla della vita, ma che non ha la presunzione di spiegare allo spettatore come affrontarla, ma suggerisce – con un sorriso sornione – di accettarla e amarla così com’è. Il film, sin dalle sue battute iniziali è cadenzato dal tema “dell’impossibilità del reale”. Specifichiamo: quante volte ci è capitato di ritrovarci in una situazione paradossale e impossibile, tale da etichettarla come degna di essere “reale” solo in un contesto cinematografico? (Sarà uno splendido Philip Seymour Hoffman ad esplicitare questo concetto nel film). Il sottile confine tra reale ed irreale è la chiave di volta su cui si regge questo splendido capolavoro.

La pellicola è composta da nove storie apparentemente separate fra loro ma con un filo conduttore che le lega tutte indissolubilmente. Le due marce in più di questo film, oltre a una regia eccellente (con un’abbondanza di deliziosi piani sequenza) sono l’eccezionale script – che dà una profondità assoluta alla psiche dei personaggi – e una colonna sonora perfettamente cadenzata, che fornisce un accompagnamento costante alle quasi 3 ore (mai pesanti) di proiezione.

Infine, cast all star con Julianne Moore (fresca vincitrice dell’Oscar), Tom Cruise, William H. Macy (lo ricorderete in Fargo dei Coen), l’immortale Philip Seymour Hoffman e John C. Reilly (uno dei 4 protagonisti di Carnage di Polanski).

2002 – Ubriaco d’amore (Punch-drunk love). (Trailer)

È un film che prende in consegna un genere, quello della commedia romantica, e lo disintegra  completamente, per poi ricomporlo in seguito secondo i brillanti e originali parametri di Anderson.

Solo la scelta del protagonista della narrazione è indicativa del procedimento creativo compiuto dal regista californiano. L’idea di ingaggiare un attore – non proprio dal nobile pedegree – come Adam Sandler, e costruirgli intorno un personaggio per lui perfettamente calzante e facile da interpretare come “l’inetto”, esplicita l’accuratezza certosina di PTA quando si tratta di fare (grande) cinema.

La struttura classica della commedia rosa, con il protagonista che deve vincere contrasti/rompere barriere “tangibili” per poter raggiungere l’oggetto d’amore viene rivoltata come un guanto. L’impedimento, l’impossibilità di raggiungere l’amore sta nella mente del protagonista stesso. Incapace di relazionarsi col prossimo, quanto di gestire un’attività imprenditoriale o relazioni familiari, alienato e avulso dalla realtà, sarà lo stesso Sandler a dover rompere le barriere – interiori – che gli impediscono di vivere la vita (e una relazione) in maniera serena.

Per farci addentrare nella mente a tratti distorta del suo personaggio, Anderson, utilizza la sua abilità tecnico-compositiva unendo un commento sonoro eccezionale, costruito su percussioni frenetiche e ticchettii continui (che si dissolveranno con la “guarigione” del protagonista) a una fotografia e a dei tagli di ripresa decisamente innovativi. Lo spettatore, sostanzialmente, attraverso le immagini e le musiche viene accompagnato nell’intimità della mente ingenua, distorta e castrata del nostro Barry, alla ricerca del grande amore e del riscatto personale. Premio alla regia al 55° Festival di Cannes.

Il petroliere (There will be blood, 2007) (TRAILER ITA)

È il film più famoso di Anderson. Candidato a 8 premi Oscar, se ne è portati a casa due: miglior fotografia e miglior attore protagonista al mostruoso Daniel Day Lewis (ben tre statuette in carriera). Il premio alla fotografia non fa altro che sottolineare la magnificenza e la grandiosità delle immagini, che non sono assolutamente fini a loro stesse. A livello di significati e di indagine Anderson si spinge ancora oltre, affrontando con forza dirompente, tra gli altri, i temi dell’avidità e della religione. L’impatto scenografico è forte tanto quello emotivo: PTA è bravissimo a non spingere mai a caso la scrittura sopra le righe, utilizzando monologhi di grandissimo spessore ma lasciando anche il giusto spazio alle sottigliezze impercettibili e ai non detti. I tanti silenzi inducono più attenzione, quando oggi invece la fruizione è sempre più rapida ed epilettica.

Il risultato è una classica tragedia greca, che vede la fisicità di Daniel Day Lewis come eccezionale mezzo comunicativo. Anche senza scervellarsi troppo su quale sia il significato profondo del film, c’è comunque un coinvolgimento totale dello spettatore, al quale sarà impossibile rimanere indifferente di fronte al devastante delirio di onnipotenza di Daniel Plainview. Il titolo originale –There Will Be Blood- è piuttosto esplicito…

Chi è Paul Thomas Anderson? Retrospettiva sul regista di Vizio di forma ultima modifica: 2015-03-04T20:04:10+00:00 da Alessio Rocco