Quanto può essere interessante ascoltare la discografia di chi ha aperto la strada alle band più popolari del momento? Molto. L’esempio principale di questa teoria sono i Radiohead, e il loro terzo album OK Computer, uscito nel 1997. Lì dentro, c’è tutto.

 

Boy band, girl group, teen star. Il trionfo delle personalità iconiche, del marketing e dell’auto-tune, nello stesso posto dove sono nati i Beatles e i Led Zeppelin. Benvenuti nell’Inghilterra di metà anni ’90.

A tenere alta la bandiera del rock, c’è un genere alternativo con un nome non proprio incoraggiante in tal senso: Britpop. Etichette confusionarie a parte, questo filone comprende due delle band più importanti dell’epoca, il cui dualismo è stato costruito e cavalcato senza pietà dalla tremenda stampa inglese. Il punto più alto della cosiddetta “Battaglia del Britpop” è nel 1995. Entrambi i contendenti annunciano l’uscita di un singolo per il 14 agosto. Apriti cielo. La celebre rivista NME esce due giorni prima della fatidica data titolando “Campionato britannico dei pesi massimi. Blur contro Oasis. 14 agosto: grande duello in cima alla classifica”.

Roll With It degli Oasis contro Country House dei Blur, Liam Gallagher contro Damon Albarn, persino Nord contro Sud, Manchester contro Londra. Un duello all’ultima copia venduta, che quasi oscura la guerra in Bosnia e Saddam Hussein che annuncia la preparazione di armi atomiche. Per quanto Blur e Oasis valgano molto più di questa stucchevole operazione commerciale e abbiano sfornato dischi di altissimo livello, si tratta di una brutta pagina della loro storia.

La storia della musica inglese del 1996 invece racconta della separazione dei Take That, per cui milioni di ragazze versano fiumi di lacrime, e dell’esplosione delle Spice Girls, probabilmente il più pregnante fenomeno culturale britannico dai tempi dei Beatles. Tanto da essere esportato oltreoceano. La rivista Rolling Stone, nel 1999, titola “The new Teen Spirit”. Ma in copertina non appare un qualche emulo di Kurt Cobain, bensì i Backstreet Boys. Qualcosa non va.

Torniamo in Inghilterra, luogo del peccato originale. 1997. Quanto sarebbe servito un album che potesse fermare il declino e magari ispirare una nuova generazione di musicisti entrando nel terzo millennio? Incredibile ma vero, per una volta è arrivato. Le suddette nuove band si chiamano Travis, Stereophonics, Arctic Monkeys, Muse, Coldplay. E il disco si chiama OK Computer. Grazie, Radiohead.

La band capitanata dal frontman Thom Yorke, completata da Ed O’Brien e dai fratelli Greenwood alle chitarre (e tastiere, e sintetizzatori, e molto altro) e da Phil Selway alla batteria, è già attiva nel periodo d’oro del Britpop, con due dischi.

 

Il primo è Pablo Honey, uscito nel 1993, contenente la famosissima “Creep” e vicino alle sonorità grunge tipiche di quegli anni. Il secondo, più introspettivo e malinconico, si chiama The Bends ed è datato 1995. Il successo di critica e pubblico è tanto e meritato, ma l’ombra del più appariscente Britpop non consente la salita sulle vette del panorama musicale mondiale. Altezze che i Radiohead per altro dimostreranno col tempo di non volere, cambiando sempre strada, con OK Computer e con altri cinque album di cui si può dire tutto, tranne che siano ripetitivi, prevedibili o commerciali.

La posizione raggiunta nella storia da OK Computer non è mai stata avvicinata, non solo per una banale ragione cronologica, ma soprattutto per il numero di artisti che ha influenzato. Basta ascoltare il disco, ci trovate dentro tutti i 18 anni successivi. “Airbag” (traccia 1) unisce le chitarre distorte con parti di batteria samplate in digitale, confluendo in un outro psichedelico.

“Paranoid Android” (traccia 2) dura 6 minuti e mezzo ed è composta da quattro sezioni distinte, slegate, anche con cambi di tempo. Ed è il primo singolo estratto, quello che in teoria dovrebbe andare in radio. Le atmosfere di “Exit Music (For A Film)” (traccia 4) ricordano (per usare un eufemismo) i Muse, particolarmente con il finale in crescendo, caratterizzato da distorsioni di sapore elettronico e voce tutta fuori, fortissima tensione drammatica. “Let Down” (traccia 5) sa dei primi Coldplay, specialmente con il break vocale e il suono del riff principale della chitarra, suonato con un tempo diverso rispetto a tutto il resto. Se non vi sembra di ascoltare nulla di rivoluzionario, vi ricordo che stiamo parlando del 1997. A parte i Verve, e solo parzialmente i Blur e gli Oasis, c’era il nulla cosmico. Prendiamo il falsetto di Thom Yorke, al suo meglio. Per caso qualcun’altro è riconoscibile e ha successo cantando in falsetto, oggi? E non mi riferisco solo a James Blunt.

Non mancano i pezzoni da concerto, di cui il precedente The Bends è pieno, vedi “Fake Plastic Trees”“Karma Police” (traccia 6) rimane uno dei brani più conosciuti del repertorio dei Radiohead, pur non avendo una struttura facile da decifrare, con potenziali ritornelli infilati in mezzo alle strofe, fino ad arrivare a un finale ancora diverso. “Electioneering” (traccia 8) mette da parte la mediazione elettronica. Cowbell, distorsione a palla, ritmo incessante. Uno dei brani più pesanti, se così si può dire, della carriera della band. Forse corro troppo, ma ci trovo tanto dei meravigliosi Arctic Monkeys. E sempre un po’ di Muse.

I Radiohead sono l’esempio più lampante di uno dei principali consigli che questa rubrica vorrebbe dare: andare a sentire i dischi di chi ha ispirato le vostre band preferite può dare soddisfazioni notevoli. Ed è meno faticoso di cercare ossessivamente il nuovo. Vi rimando all’ascolto dell’intero album, magari all’intera discografia. Occhio a “No Surprises” (traccia 10), e alla sua favolosa linea vocale accompagnata dal dolce e rassicurante suono di un metallofono, in contrasto con un testo permeato da un senso di inadeguatezza al limite dell’istinto suicida. A proposito, se avete voglia, date un’occhiata alle parole di OK Computer, c’è del genio anche lì.

OK Computer, il disco necessario firmato Radiohead ultima modifica: 2014-08-01T20:45:48+00:00 da Mattia Cutrone