Quando ho scoperto la provenienza di alcuni modi di dire, ne sono rimasta veramente sorpresa. Delle repubbliche marinare, ammettiamolo, Genova è stata lungamente la più sfigata, ma sicuramente è stata quella che con il tempo ha saputo prendersi le proprie rivincite sino a imporsi nel panorama marinaresco influenzando anche qualche detto (per esempio, voi lo sapete da dove deriva il Grifone? Non ve lo dico!). Ecco qui nove modi di dire di uso comune che non sai perché dici, ma YURY sì.

 

Quante volte usiamo un’espressione verbale che sentiamo dire da sempre senza chiederci da dove derivi o quale sia il suo significato originario? A leggere alcune bacheche di Facebook potremmo dire che questo è il minore dei nostri problemi linguistici. Chi però è amante della lingua italiana ed è curioso di conoscere le mille e mille storie che porta con sé, nei meandri dei propri vocaboli e delle proprie locuzioni, apprezzerà questa speciale edizione de i9diYURY che, abbeverandosi da fonti storiche, rivela come in tutti noi italiani parlanti ci sia un po’ degli antichi genovesi. Basta menare il can per l’aia o ciurlare nel manico, vi vuotiamo il sacco, cosicché, sulla questione, non possiate più fare orecchie da mercante!

1. Avere il magone

L’espressione è dovuta ai Genovesi del periodo risalente alle guerre puniche, pochissimi cittadini per lo più occupati nelle battaglie, che al proprio rientro videro distrutta e saccheggiata la propria città da Magone Barca, comandante generale nella battaglia contro Cartagine. Da allora, avere il Magone indica un senso di vuoto per la perdita di qualcuno o qualcosa.

2. Essere uno stoccafisso

Nel 1561 a Genova, Venezia e Napoli si hanno le prime notizie di un pesce essiccato importato dai paesi nordici, lo Stokkfisch. L’espressione, che significa restare immobili e incapaci di agire, deriva dalla parola composta Stok (bastone rigido) fisch (pesce), ovvero un animale, già nell’immaginario non brillante per intelligenza, immobilizzato ed essiccato su un palo.

3. Buonanotte al secchio

Esclamazione derivata dall’impossibilità di recuperare il secchio dal pozzo una volta rotto il manico o la corda. Indica frustrazione e irrecuperabilità.

4. Acqua alle corde

Oggi in disuso, viene talvolta usata per esaltare l’importanza del coraggio e della presenza di spirito nell’affrontare un problema difficile, nonostante il rischio di pesanti conseguenze. Nel 1586, per ordine di papa Sisto V, l’architetto Domenico Fontana doveva innalzare sull’apposito piedistallo l’obelisco che oggi si ammira al centro di piazza S.Pietro, a Roma. Viste le difficoltà dell’operazione fu diramato tra la folla e gli operai l’ordine di mantenere il silenzio più assoluto, pena la morte: per l’occasione erano infatti presenti persino il boia e la forca per eseguire immediatamente la sentenza! L’obelisco era quasi sul posto quando le funi cominciarono a cedere e ad allungarsi… Il monolito stava per rovinare pericolosamente in terra! Allora nel silenzio generale si levò una voce coraggiosa che gridò: “Daghe l’aiga ae corde!“, che in genovese significa appunto “Dai acqua alle corde”. Il grido fu ascoltato con ottimi risultati: era stato Benedetto Bresca, marinaio ligure, che sapeva bene che le corde di canapa bagnate si accorciano. Bresca fu subito arrestato, ma Sisto V come ricompensa per la prontezza di spirito e per il coraggio dimostrato invece della punizione gli diede larghi privilegi, una ricca pensione e il diritto di issare la bandiera pontificia sul suo veliero.

5. L’uovo di Colombo

Si dice di una cosa facile, alla quale però nessuno pensa. Cristoforo Colombo, trovandosi un giorno a pranzo con alcuni gentiluomini spagnoli, si sentì dire che dopotutto la scoperta di nuove terre al di là dell’Atlantico non era una grande impresa e che chiunque avrebbe potuto compierla. Colombo allora prese un uovo e invitò i commensali a farlo star ritto sulla punta. Non ci riuscì nessuno, tutti dissero che era impossibile. Ma il navigatore schiacciò un pochino il guscio e l’uovo stette in piedi, dando in questo modo la sua fiera risposta.

6. A babbo morto

Incassare un credito con molto ritardo, senza una scadenza precisa. Quando i rampolli di certi signorotti perdevano denaro al gioco, nei tempi scorsi, o dovevano fare regali alle loro amichette, erano costretti a ricorrere agli strozzini, i quali erano ben felici di prestare soldi a chi, con la morte del padre, avrebbe riscosso una ricca eredità. E, del resto, più tempo passava, più aumentavano gli interessi sulla somma prestata. Ma prima di ottenere la restituzione, dovevano aspettare che il giovane ereditasse e quindi che morisse il genitore.

7. In bocca al lupo

Una spiegazione del termine (che si presta a molte interpretazioni) è data dalla navigazione dove la bocca del lupo era la lavagna sulla quale si registravano i nomi degli uomini e delle merci portate a casa e quindi l’espressione avrebbe avuto il senso di una “buona navigazione”.

8. Altro paio di maniche

In epoca medievale si sa che l’igiene personale non fosse proprio in cima alle esigenze di tutti. Spesso venivano indossati abiti ai quali si cambiavano maniche e collo per sembrar puliti, tanto che questi ornamenti divennero preziosi e veri e propri accessori donati anche come pegno dai fidanzati, in quanto ornati da preziosi pizzi o addirittura gioielli, il che fa nascere un altro modo di dire, “essere di manica larga” come concetto di generosità, poiché era uso che una dama premiasse il valore del vincitore di un torneo gettandogli una delle sue maniche tempestate di gioielli.

9. Piantare in asso

L’espressione originaria è “piantare in Nasso”, dal racconto mitologico di Teseo e Arianna: la bella figlia del re di Cnosso si innamorò dell’eroe ateniese e lo aiutò nella sua impresa contro il Minotauro. Sconfitto il mostro, i due partirono insieme da Cnosso, ma Teseo abbandonò la fanciulla sull’isola di Nasso senza un apparente motivo.
In italiano poi con il tempo la frase “piantare in Nasso” si trasformò in “piantare in asso”, quella che si utilizza tuttora, associando al punto più basso della scala (l’asso appunto) all’inutilità della relazione.

I nove modi di dire che non sai perché dici ultima modifica: 2015-06-17T19:02:31+00:00 da Francesca Benelli