Il racconto del concerto milanese dei Massive Attack, ospiti del City Sound 2014 e di ritorno in Italia dopo quattro lunghi anni di assenza. L’11 luglio passeranno da Genova, per una data ancora non sold out. Andare, o non andare?

 

Prima una necessaria precisazione. Non è corretto dire che il concerto di qualche giorno fa dei Massive Attack è durato poco. I concerti dei Massive Attack durano poco da sempre. Peccato per i molti disinformati che hanno fischiato dopo il saluto finale della band. Sono d’accordo, un’ora e mezza scarsa non è abbastanza in rapporto al prezzo del biglietto, ma nulla vietava di informarsi prima. Chiusa parentesi.

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Sono arrivato all’Ippodromo del Galoppo di Milano con l’emozione classica di chi sta per assistere a un evento atteso da anni. Non c’è bisogno di ricordare chi siano i Massive Attack e cosa abbiano rappresentato per la storia della musica. Se aveste bisogno di una rinfrescata, vi rimando a una vecchia puntata della mia rubrica Lost and Found Albums.

L’atmosfera pre-concerto è elettrica. Il palco, che ha ospitato e ospiterà artisti di livello assoluto fino ad agosto, dai Linkin Park a Snoop Dogg, somiglia a quello dei grandi festival europei, come del resto aspira a essere l’Alfa Romeo City Sound 2014. Il prato è strapieno di gente di tutte le età, con grande prevalenza di ultratrentenni, è il segno classico della nostalgia per gli anni ’90 di cui ho già detto tante volte. Ma chi si aspettava un tributo ai tempi andati è rimasto deluso. Non che la scaletta non fosse fornitissima di classici, anzi. Fatta eccezione per Karmacoma, stranamente esclusa, la band ha eseguito tutti i pezzi più conosciuti e celebrati del repertorio. Semplicemente, non è più solo trip-hop, non è pura replica dei dischi, ma uno spettacolo musicale a tutto tondo con mille sfumature diverse. Dalle sonorità techno-tribali all’industrial rock al limite della psichedelia, sfiorando il rock acustico, passando ovviamente per hip hop e jazz con il groove classico di Bristol sempre alla base.

Nel pieno rispetto della sua filosofia, la band non dimentica le radici da cui è nata, ma si dimostra ancora una volta in continua sperimentazione. Ecco allora l’apertura con “Battle Box”, primo risultato di un nuovo progetto di Robert Del Naja. Il prato, la folla, le luci strobo, le percussioni dal ritmo tribale e dal suono chiaramente techno, la voce ipnotica di Martina Topley-Bird, splendida vocalist, collaboratrice di lungo corso. Sembra di essere a un rave, il pubblico è spiazzato. All’inizio del concerto ho la netta sensazione che molta gente intorno a me non sappia come comportarsi di fronte a una simile tavolozza di suoni, luci e colori. Non si poga, non si salta, non si canta a squarciagola. Si è obbligati a farsi ipnotizzare dalla musica e dalla solita scenografia intrippante piena di messaggi subliminali a sfondo sociale, in pieno stile Massive Attack.

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Dopo qualche altro pezzo di riscaldamento, tra cui anche Risingson, con l’ingresso sul palco di DaddyG, il pubblico ancora non sembra convintissimo. Ci vuole una hit. Teardrop. Come la vedete? Sontuosa Martina Topley-Bird alla voce, accompagnata dalle percussioni delle due batterie sul palco e soprattutto da una chitarra pulita e delicata che assola durante il lungo outro. Una versione diversa dall’originale. Qualcuno storce il naso, mentre io, a metà concerto, non me ne andrei mai più. E ancora mancano quasi tutte le mie preferite.

Basso, batterie e chitarra hanno un suono strepitoso, i musicisti sono di altissimo livello come sempre. Tutto perfetto, niente fuori posto. Fatta eccezione per il mitico Horace Andy, che si dimentica il primo verso di Angel, l’unica piccola sbavatura dell’intero concerto, che ovviamente non toglie nulla alla qualità della performance. Safe From Harm. Sale sul palco Deborah Miller, la vocalist meno trip-hop e più cantante lirica, per intenderci. A quel punto, non sono più interessato a niente di quello che succede attorno a me. Esecuzione strepitosa, con sonorità molto meno anni ’90 e più industrial rock rispetto alla versione del disco. Anche in questo caso, coda lunghissima e ipnotica. Come per Inertia Creeps, un altro dei pezzi forti, suonata mentre sulla scenografia compaiono notizie di gossip italiano. Pausa.

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A questo punto mi ricompongo e mi guardo intorno, il pubblico mi sembra interdetto come all’inizio, ma non allo stesso modo. Sembrano tutti in trance. Unfinished Sympathy, che preannuncia la chiusura, accontenta tutti. Nostalgici, progressisti, odiatori. Non c’è molto da dire, la canzone è meravigliosa nel disco e quindi esageratamente emozionante dal vivo. Deborah Miller non fa rimpiangere la cantante originale, Shara Nelson, regalando una prestazione magistrale, da pelle d’oca. Almeno, a me è venuta.

Particolarissima la scelta per la chiusura,Splitting the Atom”. Finisce tutto, la band ringrazia, si accendono le luci, riparte la musica di sottofondo, molti fischiano. Sarà che ero già preparato alla brevità, ma riesco solo a pensare “magari quando verranno a Genova qualcuno avrà un biglietto in più…”. Per l’11 luglio, all’Arena del Mare, c’è ancora posto. Certo, 46 euro per soli 90 minuti di concerto non sono pochi. Ma non so quante altre volte capiterà di veder passare così vicino a casa uno spettacolo simile, sperando che la poca abitudine di Genova a ospitare eventi del genere non pregiudichi l’organizzazione e soprattutto l’allestimento di palco e impianto. Nonostante tutto, il gioco vale la candela. Ci sono modi peggiori di spendere 50 euro per andare a sentire musica ad alto volume, specialmente nella nostra città. Garantito.

Massive Attack a Milano, aspettando Genova ultima modifica: 2014-06-30T22:16:33+00:00 da Mattia Cutrone