India. Esperienza emozionante e intensa che io e quattro compagne abbiamo potuto vivere – come già l’Africa – da volontarie presso Casa Alessia Onlus, con l’opportunità di entrare in contatto con ambienti di vita lontani dalle classiche mete turistiche, tra cui spicca Calcutta e il viaggio che là ci ha portate. Un brano del diario che ho tenuto mi sembra il modo migliore per raccontare emozioni e sensazioni.

 

Un viaggio in treno – 12 agosto 2014

L‘India non è un paese facile. Per un occidentale cercare di entrarvi significa abbandonare i porti sicuri della propria cultura e lasciarsi travolgere da dinamiche che sfuggono alla comprensione. Questi giorni a Calcutta sono importanti per provare a cogliere di più, ma distinguere bellezza e orrore sembra impossibile, le due componenti qui camminano a braccetto nella contraddizione tipica di questi paesi emergenti, dove chi resta indietro non ha scampo. Miseria, lusso, spazzatura, religioni, contrasti.

Siamo in seconda classe, accettabile per viaggiare di giorno, pericolosa la notte. Carrozze sgangherate, caldo, odore di umanità. Le porte del treno rimangono aperte, sbattacchiando. Venditori di chai, giornali e noccioline, con le loro piccole bilance. Da stamattina sono passati nel corridoio parecchi mendicanti, alcuni trascinandosi con le braccia. Al di là del finestrino bimbi e anziane donne chiedono l’elemosina. Poi una scena agghiacciante: un sorriso bianco, due codini corvini e un vestitino rosso; una bimba sui sette anni inizia a cantare, danza un pò impacciata, bellissima e triste. Dietro di lei, tra le porte del vagone, la madre suona un tamburo reggendo il fratellino al collo. La bimba si contorce a terra tra lo sporco.

Uno spettacolo grottesco. Essere impotenti e saperlo… Qualcuno getta una moneta. Noi no: è sconsigliato, pericoloso, inutile. Un poco ci conforta la consapevolezza del ruolo dell’ostello per bimbi come questa. Non è possibile salvare tutti, ma fa rabbia, fa schifo. Confronto ai due bimbi viziati incontrati sul treno che hanno giocato con noi tutta la mattina, ho il vomito. Guardo la bimba, il fratellino, la madre. Chissà come vivono. Cosa farà da grande? Saprà cosa vuol dire essere felice? Come lei quanti?

Paesaggi spaziosi, profondi e verdissimi, scorrono dal finestrino. Villaggi nella giungla mi rievocano l’Africa, ma non la stessa serenità. L’arrivo alla stazione è un momento di impatto, il primo di una serie di scontri con la realtà di Calcutta: gente per terra, gente indaffarata, bagagli, coperte, odori quasi insostenibili. Viaggiatrici disperse e stanche, noi diverse e osservate, noi osservatrici di realtà inafferrabili. Colgo una scena, il fermo immagine di una donna con un bimbo di sette/otto anni avvolto nel sari verde di lei, abbracciati, per terra. Lo protegge dal passaggio di carri carichi di merci, lui si addormenta sereno, al sicuro.

Ci immergiamo nel traffico. La gente si lava per strada con l’acqua putrescente che sgorga dalla fogna; lava i vestiti e le stoviglie. La loro casa è la strada. Fa impressione quanti vivano in questa condizione, anziani e bambini. Dall’altra parte, i palazzi e i negozi di marche famose, ristoranti, ricchezza. Qua e là autobus pieni all’inverosimile, gente schiacciata contro i finestini, uomini appesi all’esterno delle porte. Per strada, bambini addormentati su stracci tesi sui marciapiedi, circondati da spazzatura. Adulti chiacchierano alla luce fioca dei lampioni. Qualcuno più fortunato ha un telo di plastica come casa. Del nostro viaggio è forse la visione più impegnativa. Gli occhi si riempiono troppo.

[Alessia Traverso]

Un’italiana in India, quel treno per Calcutta ultima modifica: 2015-02-01T22:35:39+00:00 da YURY