Violenza, morte, perversioni sessuali e malattie mentali possono diventare arte? La risposta su pellicola del regista Takashi Miike. Dal fumetto di Hideo Yamamoto a uno Yakuza movie visivamente brutale: ecco Ichi the Killer.

 

Nel 1998, in Giappone, usciva in stampa uno dei più controversi e violenti manga della storia nipponica: Ichi the Killer. Nel 2001, sull’onda del successo del fumetto (a mio modesto parere, una vera e propria opera d’arte), viene affidato il progetto per la creazione di un film sulla storia in questione a uno dei più grandi e famosi cineasti giapponesi: Takashi Miike.

Regista onnipresente nei vari festival cinematografici europei e pluripremiato in patria, nonché uno dei direttori di regia preferiti dal mostro sacro Quentin Tarantino, Miike ha decisamente una mente malata e contorta, piena di angoli bui arredati con le peggiori schifezze imputabili all’animo umano. I suoi film sono ricchi di “freak”, psicopatici e personaggi sconfitti dalla vita e dalla propria mente distorta. Le sue ambientazioni sono ricche di situazioni e paesaggi onirici. La sua regia è curata nei minimi dettagli (da buon asiatico che si rispetti) e risulta di straordinario impatto visivo, proprio come i temi che il regista si diverte a “spappolare”, ancora sanguinolenti, in faccia allo spettatore.

Mai scelta fu più azzeccata. La storia di “Ichi”, si colloca in pieno nello “Yakuza Movie” (film di mafia giapponese) dove una “famiglia” criminale, il clan Anjo, che ha residenza e opera le sue malefatte in un condominio a Shinjuku, un quartiere di Tokyo con un elevatissimo tasso di criminalità, si ritrova senza il proprio “padrino”, rapito e ucciso da un misterioso manipolo di persone.

A questo punto, il regista, in un turbinio di efferatissime violenze, ci presenta i due protagonisti assoluti della vicenda: Kakihara (la star asiatica Tadanobu Asano, che vedremo presto nelle sale cinematografiche al fianco di Keanu Reeves in 47 Ronin), sadomasochista luogotenente del boss scomparso, e Ichi, l’esecutore materiale dell’omicidio, un povero ragazzo deviato  che viene manovrato, anche tramite ipnosi, come strumento per distruggere il clan Anjo, massacrando tutti i suoi componenti.

I due personaggi principali sono come magneti che si attraggono vicendevolmente: una forza macabra li spinge l’uno contro l’altro. Ichi, una sorta di “supereroe al contrario” con tanto di super-costume, è uno strumento di morte, che si eccita (anche sessualmente) nel fare a pezzi le persone, ma che, immediatamente dopo aver compiuto gli atti più riprovevoli, scoppia in lacrime, disperato per ciò che ha fatto. Kakihara (personaggio intrigante da morire, magistralmente interpretato da Asano), in quanto amante del dolore, non può che provare un’attrazione perversa verso questa misteriosa figura che squarta corpi e che, forse, potrà dargli il “piacere più grande”: la morte.

Takashi Miike, dipinge una tela stupenda con un pennello intriso di sangue. La definizione psicologica dei protagonisti, delle loro turbe e delle loro perversioni è splendida, tale da rapire anche lo spettatore che, solitamente, si indigna e prova disgusto davanti alla violenza.

Un film tanto brutale, visivamente e psicologicamente, quanto consigliato. Buona visione!

Ognuno di noi ha una parte sadica e una masochista, ma questo… questo Ichi sembra completamente sadico. Quanto mi piacerebbe incontrarlo. (Kakihara)

Ichi the Killer 殺し屋1. L’estetica del dolore ultima modifica: 2014-03-03T19:57:40+00:00 da Marco Piva