House of Cards è una delle serie televisive fenomeno di questo 2014. Ha incollato al piccolo schermo milioni di spettatori, dal sottoscritto fino al presidente Barack Obama, che su Twitter annuncia(va) spesso l’attesa per un nuovo episodio del serial. Ma quali sono i motivi di cotanto spettacolo? Principalmente è uno: Kevin Spacey.

 

Ricordo ancora l’estate in cui, poco più che bambino, vidi I Soliti Sospetti. Durante la visione di quel giallo, ambientato a Los Angeles, rimasi ammaliato da Verbal, l’aitante truffatore, in una maniera impressionante. Mi ricordo che, così piccolo e desideroso di novità, rimasi quasi turbato dal fatto che un film più o meno “della mia età”, fosse riuscito a catturarmi in tal modo.

Una delle tante foto promozionali della prima stagione di "House Of Cards"

Una delle tante foto promozionali della prima stagione di “House Of Cards”

Memore di quell’esperienza quasi mistica di circa un lustro prima, in una noiosa serata dello scorso aprile decisi di reperire House Of Cards. A convincermi, il faccione di quell’uomo che tanto mi aveva rapito anni prima, stampato sui cartelloni pubblicitari che tappezzavano Roma, città nella quale mi trovavo in quel periodo. Periodo per me difficilissimo, visto che uscivo da qualche settimana dal tunnel di Breaking Bad, tunnel che mi aveva inghiottito così tanto da rendere ai miei occhi intollerabile tutto ciò che avesse anche solo lontanamente le fattezze di una serie televisiva.

Così, con scetticismo senza pari, aprii la finestra di VLC che mi avrebbe portato a entrare in un altro tunnel, questa volta meno “soffocante” di quello addobbato con ampolle e cristalli blu, ma comunque un tunnel dal quale sarebbe stato doloroso uscire.

Ne esco oggi, con colpevole ritardo, visto che su Netflix è già reperibile la seconda stagione della storia di Francis Underwood, il machiavellico personaggio interpretato da Kevin Spacey, alle prese con inganni e stratagemmi per ottenere la poltrona di vice-presidente degli Stati Uniti d’America, ma ne esco ancora più catturato da quella figura che è oggi per me quasi mitologica.

Kevin Spacey costituisce, in House Of Cards, il 95% delle ragioni per le quali ogni individuo apprestatosi a iniziare la serie, tratta dal romanzo di Michael Dobbs e ispirata a un’omonima serie britannica, si ritrova poi famelicamente a desiderare e divorare episodi su episodi (per un totale di 13 per la prima stagione). Dove? Su Netflix, il servizio streaming che sempre più sta dilagando con la sua innovativa e incredibile offerta (disponibile solo in alcuni stati, non in Italia) sia per la stagione di battesimo che per il prosieguo ha adottato una modalità di rilascio inusuale, ma quanto mai efficace: gli episodi sono stati rilasciati in blocco.

Ma tornando al nostro Kevin Spacey, nel ruolo anche di produttore di questa avventura, la sua importanza all’interno della serie, come accennavamo in precedenza, è palese. Tutti i 13 episodi che costituiscono la prima stagione si appoggiano sulla figura di Frank Underwood. Tutte le inquadrature che non lo comprendono, tutti i personaggi che non sono lui non sono che marginali e di poco conto per lo spettatore, che non attende altro che il capogruppo di maggioranza al Congresso si rivolga alla telecamera, per parlare allo spettatore, lanciandosi in coinvolgenti mini-monologhi che fanno da fondamenta a House Of Cards.

La forza dell’interpretazione di Spacey oscura anche le poche cadute di stile alle quali si va incontro. Così, alcune trovate di basso livello degne di una soap di seconda categoria, non fanno storcere il naso a uno spettatore ammaliato, ai limiti dell’innamoramento, da Underwood.

“Che spreco di talento! Ha preferito i soldi al potere, in questa città molti commettono lo stesso errore. Il denaro è la villa che inizia a cadere a pezzi dopo soli dieci anni, il potere è la vecchia costruzione in pietra che sta su per secoli. Non posso rispettare chi non coglie tale differenza”. (F. U.)

Quanto riportato sopra è solo una delle massime elargite da Frank. Gli stessi ideatori e registi lasciano intendere come ogni cambiamento in qualsiasi personaggio altro non sia che il preludio a una mossa machiavellica del nostro protagonista.

Jesse Pinkman, il personaggio di Aaron Paul in Breaking Bad

Jesse Pinkman, il personaggio di Aaron Paul in Breaking Bad

Un “one man show” è qualcosa di insolito, anzi di introvabile, in una serie tv. Neanche nel già citato Breaking Bad, Bryan Cranston riesce a catturare la scena in una tale maniera: Aaron Paul e Giancarlo Esposito (che, per di più, fu uno dei tre attori che mi catturarono in quel mio pomeriggio fanciullesco di cui in apertura, insieme a Spacey, appunto, e Benicio Del Toro) sono parte fondamentale e costituente della scena, ma non solo loro. E non parlo dei personaggi, avrei potuto scrivere Jesse Pinkman e Gus Frings, intendo proprio l’importanza sulla scena del singolo attore, al di là del proprio ruolo.

Persino il papabile Jesse Pinkman della situazione, per continuare con il paragone, risulta scialbo e poco attraente: stiamo parlando di Peter Russo, interpretato da Corey Stoll, che forse in molti ricorderanno per aver interpretato lo scrittore Ernest Hemingway nella commedia di Woody Allen Midnight in Paris. La sua prematura uscita di scena, oltre a essere ampiamente annunciata, non smuove gli spettatori dal punto di vista della narrazione.

La seconda stagione arriverà in Italia con l’autunno e la sensazione è che sarà ancora uno spettacolare assolo di Kevin Spacey. Imperdibile.

House of Cards mania, la serie TV one man show di Kevin Spacey ultima modifica: 2014-07-21T19:27:39+00:00 da Tommaso Naccari