In questo speciale di Lost and Found Albums, puntiamo l’attenzione sui Coldplay. La band inglese, oggi una delle più popolari in assoluto, ha pubblicato da pochi giorni il suo sesto album, Ghost Stories. Siamo andati a ripescare il loro fortunatissimo disco di debutto, Parachutes, uscito nel 2000. Cosa è cambiato da allora?

 

Avviso ai naviganti: questo è un “Lost and found” atipico. Non parliamo di un disco vecchio, o di nicchia, o di quelli che non si è filato nessuno, o di cui ci si è dimenticati troppo presto. Parachutes, il primo album dei Coldplay, ha avuto un successo strepitoso. È stato il trampolino per lanciarsi nella stratosfera della musica mondiale, tantissima gente l’ha comprato o ascoltato, non c’è bisogno che io cerchi di riportarlo alla mente. Ma vorrei comunque ripescarlo, in modo strumentale, per capire da dove sono partiti Chris Martin e compagni per arrivare a dove sono oggi.

Coldplay origins - YURY

Il confine tra deriva pop ed evoluzione virtuosa spesso è molto sottile. Specialmente quando si fa un primo album di successo, che influenza un numero enorme di musicisti in tutto il mondo. Parachutes è un debutto fantastico e sorprendente, ne parleremo dopo. A Rush of Blood to the Head, il suo seguito, rischia di essere addirittura qualcosa di più. X&Y e Viva la Vida sono solidissimi, con qualche piccolo capolavoro all’interno. Mylo Xyloto invece fa storcere il naso a tanti, troppi ascoltatori occasionali, per non parlare dei fan della prima ora. La critica parla senza mezzi termini di un disco di chiara impronta pop, sembra evidente il tentativo di rendersi appetibili verso un pubblico ancora più grande. Il sottoscritto, in particolare, crede che “Princess of China” (con Rihanna, attenzione) sia l’inizio della fine. I Coldplay incassano le critiche. Per forza, hanno intere legioni di fan fedelissimi.

Con un background simile, potete immaginare quanta attesa ci fosse per il sesto album. Se a tutto questo aggiungiamo che è il primo dopo la separazione tra il frontman Chris Martin e Gwyneth Paltrow, portiamo l’hype a livelli indicibili. Ghost Stories, uscito lunedì scorso, è infatti un concept album, la storia di un uomo abbandonato improvvisamente dal suo grande amore e che passa poi per tutti gli stadi dell’esperienza e alla fine accetta il suo destino. La prima canzone estratta, “Midnight”, subito mi incuriosisce, poi mi piace. Sfondo ambient molto minimale, suoni elaborati e splendidi, voce senza troppi riferimenti metrici e pesantemente effettata da un vocoder stile Imogen Heap, spero tutti ricordiate la sua “Hide & Seek”. Niente di straordinario, ma scelta davvero interessante.

“Magic” si esaurisce nella sua funzione. Si tratta di un primo singolo, abbiamo già detto tutto. Comunque ci sta, ha senso. Traccia dopo traccia, noto una produzione di altissimo livello, liriche non particolarmente rilevanti, qualche pezzo ben fatto, una tendenza all’elettronica piuttosto che al più tradizionale trionfo di chitarre piano e batteria, ma soprattutto la pretesa di essere fighi, introspettivi e sperimentali, non troppo rispettata dal risultato. Mi sembra stiano comunicando: “lo sappiamo, non è nulla di complicato, come al solito, ma non sentite che suoni magistrali abbiamo questa volta? E poi, siamo sempre i Coldplay”.

Su “A Sky Full of Stars”, prodotta dalla stella dell’electro-pop Avicii, perdo ogni tipo di compostezza. Una hit della NUOVA Mtv, né più né meno, una canzone degradante per i Coldplay. Nessuno più di me è conscio di come le tastierone di Avicii riescano a riunire una moltitudine di gente vogliosa di ballare e abbracciarsi, lo riconosco e lo rispetto sinceramente, ma trattandosi della stessa band di A Rush Of Blood to the Head, questo pezzo assume le fattezze di un buco nero, inserito in un album con qualche momento buono ma tutt’altro che indimenticabile. Non so se si possa parlare di deriva, ma di sicuro mi sarei aspettato qualcos’altro, o almeno ci speravo.

E non sto parlando di deriva pop. Il pop e i Coldplay si conoscono benissimo, basta andare a riascoltarsi Parachutes, quel magnifico punto di partenza. Quello che inizia con “Don’t Panic”, 2 minuti celestiali di soft rock, intriso di pop, nel senso migliore possibile del termine. Non popolare perché fin troppo semplice, ma popolare perché alla portata di tutti. Dalla traccia 2 alla 5, “Shiver”, “Spies”, “Sparks” e “Yellow” sono hit vere e proprie, canzoni da cantare sotto la doccia con un valore musicale molto sopra la media. Con “Trouble” (traccia 6) Chris Martin si dimostra un frontman completo, con voce unica e grande abilità alle chitarre e al piano. E poco importa se a lui e a tutta la band attribuiscono da subito l’etichetta di “tristi e soporiferi”.

Poco più che ventenni, i Coldplay si rendono riconoscibili già dal primo album, un compito straordinariamente difficile all’alba nel terzo millennio. Un sound originale con una formazione tradizionale, voci chitarre piano e batteria. I 4 diranno persino che Parachutes non suona come avrebbero voluto, risulta troppo mainstream, commerciale. Quattordici anni e cinque dischi dopo, siamo arrivati a Ghost Stories. Torniamo alla domanda del titolo. Deriva o evoluzione? A voi la risposta.

Coldplay. Deriva catastrofica o evoluzione artistica? ultima modifica: 2014-05-22T13:53:57+00:00 da Mattia Cutrone