Imprimere il soffio della vita in un umanoide fatto di silicio e circuiti è il sogno che viene ciclicamente riproposto dal mondo del cinema. È possibile inserire un’anima all’interno di un corpo metallico? Può un robot amare, sognare, odiare? Essere insomma un essere senziente completo e dotato di libero arbitrio? Fra i vari Terminator (ci riferiamo al Giorno del giudizio, ovviamente), Io Robot e Uomini Bicentenari, Neill Blomkamp, il genio degli effetti speciali sudafricano ci presenta la sua risposta. Il suo bambino: Chappie.

In una Johannesburg popolata da aggressivi e tatuatissimi criminali, si muovono i robot-sentinelle creati da Deon (Dave Patel), ingegnere di una grossa azienda di armamenti che produce i poliziotti meccanici acquistati e messi di pattuglia nelle strade dalle forze dell’ordine. I robot-agenti, tuttavia, non sono altro che straordinari involucri di metallo programmati per mantenere l’ordine e seguire le direttive di chi li comanda. A Deon – novello demiurgo della robotica – però, il successo e l’efficacia della sua creazione (grazie alle sentinelle il tasso di criminalità si è abbattuto drasticamente) non bastano: lui ha bisogno di creare un’anima sintetica da inserire nelle sue creature.

Ed ecco il miracolo. Ecco Chappie. Il soffio della vita viene impresso tramite un semplice hard disk nella carcassa di una sentinella destinata alla rottamazione che, improvvisamente, prende vita. Come un bambino appena nato, Chappie viene istruito, in parte dal suo papà-Dio-Creatore, in parte da due eccentrici criminali: Ninja e Jolandi (AKA i Die Antwoord. Bravissimi, simpaticissimi ed azzeccatissimi nei rispettivi ruoli). Tutto bene, tutto bello ma… c’è un ma… la trama si infittisce quando il diabolico Vincent Moore (Hugh Jackman), ingegnere avversario di Deon decide di “farla sporca” per far cavalcare la cresta dell’onda e del successo al Moose (il suo robottone accantonato in favore dei droidi di Deon).

Chappie (o Humandroid): il trailer

Chappie, un robot che rivendica il diritto alla vita

Chappie è il dramma dell’essere umano che si ritrova incastrato in un corpo che, inizialmente, in una sorta di delirio di onnipotenza, sembra immortale e indistruttibile (beata gioventù), ma che in seguito risulta essere solo un involucro con una data di scadenza. A quel punto, come noi ci rivolgiamo al cielo alzando i pugni e chiedendo “perché?”, il nostro tenero robottino da combattimento fa lo stesso. Si rivolge alla sua “divinità umana”, al suo creatore, e rivendicando il suo diritto a esistere (“Io sono coscienza. Io sono vivo. Io sono Chappie”), gli chiede “perché mi hai messo in un corpo che morirà, di qui a cinque giorni, quando si esaurirà la mia batteria? Perché mi hai fatto credere di avere la possibilità di vivere, esercitare il libero arbitrio, di esprimere la mia creatività? Perché ho dei sentimenti che a breve andranno settati in modalità ‘off’ insieme a tutto il mio organismo?”.

Il cinema di Blomkamp, già dai tempi degli alieni ghettizzati di District 9, risulta  essere tutt’altro che banale o riconducibile alla mera narrazione o a splendidi effetti speciali al  servizio di montaggi ipercinetici e conditi con insalate di pallottole. Nell’opera  intellettuale del regista-sceneggiatore sudafricano c’è sempre la volontà di inserire un  ragionamento, uno spunto di riflessione in ambito sociale (vedi gli  alieni-profughi di  District 9 o le disparità delle caste di Elysium) o, come nel caso di Chappie, collocabile in una sfera più profonda, intimistica, esistenzialista se vogliamo.

chappie (1)

Guardando l’evoluzione del cinema di Blomkamp, risulta sempre più evidente come nelle sue ambientazioni fantascientifiche popolate da alieni mostruosi e indistruttibili robot, la vera minaccia, più oscura e pericolosa che mai, resti comunque l’essere umano. E anche in questo caso, il ragionamento vincente del regista di Johannesburg è quello di eliminare la classica delimitazione fra “buoni e cattivi” con criminali pazzoidi alla fine non troppo cattivi e personaggi che dovrebbero essere “buoni”, candidi, ma in realtà sono marci fino al midollo (Jackman) o votati al guadagno a ogni costo (come nel caso della mamma di Alien – Sigourney Weaver – nel ruolo della direttrice dell’azienda di armamenti).

A impreziosire questi delicati ragionamenti ci sono effetti speciali davvero speciali, ambientazioni azzeccatissime (gli edifici abbandonati dove si annida la criminalità sudafricana sono splendidi. Specie quello di “Mami” Jolandi e “Papi” Ninja, rallegrati dai coloratissimi disegni che ritornano nella mente dello spettatore), le musiche d’eccezione di Hans Zimmer e la regia elegante e “dinamica” di Blomkamp.

Chappie (“tradotto” Humandroid in italiano nonsisabeneperché…) in conclusione è un prodotto gradevolissimo, che tratta tematiche certamente trite e ritrite, ma affrontate con un filtro differente e con una conclusione davvero innovativa (che ovviamente non vi sveliamo).

Consigliatissimo. Volate al cinema!

Chappie, l’androide ribelle ultima modifica: 2015-04-10T19:03:02+00:00 da Marco Piva