Riscopriamo il disco Every Kingdom di Ben Howard, cantautore e musicista londinese classe 1987. Appartenente al genere indie folk, Howard è – guarda un po’ – decisamente snobbato in Italia. Soffiamo via la polvere dall’acquatica copertina di questo album, uscito nel 2011 nell’indifferenza del nostro mercato discografico, e ascoltiamocelo comodamente traccia per traccia.

 

Ripenso al concerto di Lisa Hannigan, visto a Milano un paio d’anni fa. Mi assale una voglia bestiale di rivedere uno show come quello, di indie-folk delicato in una venue piccola, tutto suonato deliziosamente a volumi perfettamente bilanciati, mai noioso, a tratti entusiasmante anche se non carico di decibel. In due parole, intimo e intenso.

10173478_10203509001876390_966387987_nChi potrebbe regalarmi ancora un paio d’ore di ‘sta roba magnifica? Bon Iver l’ho già visto, Damien Rice è sparito, il cerchio si stringe, ma sulla mia lista c’è un altro nome, scritto tutto maiuscolo. BEN HOWARD.

Mi rimetto sul suo primo e finora unico disco, Every Kingdom, uscito nel 2011, ascoltato fino al consumo. “Voglio andare a un suo concerto”, penso. Ma ecco sopraggiungere un’incazzatura furiosa. In Italia non ci viene. Partendo da poco più che zero, senza fare marchette su Spotify, vende in tutti i principali mercati d’Europa, ma non qui. Siamo alle solite insomma, ma ormai questo discorso ha stufato. A voi giudicare chi abbia dei problemi, se io o il nostro paese.

Ben Howard è un cantautore nato a Londra il 24 aprile 1987. Ha ascoltato roba da vecchi, nel senso più squisitamente positivo del termine, fin dall’infanzia, Simon & Garfunkel in testa. Ha iniziato a scrivere canzoni da quando aveva dieci anni, ma soprattutto, ha ottenuto un contratto discografico all’antica maniera: ha riempito di gente i locali. Raro al giorno d’oggi. Se ho già attirato la vostra attenzione, avete una buona probabilità di diventare miei amici.

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La Island Records chiede a Ben Howard di registrare il suo primo LP. Deve difendere una grande tradizione di cantautori britannici, ma non si preoccupa di ritoccare o rendere commerciabile il prezioso frutto del lavoro di anni di sperimentazione giovanile. Altra grande differenza con l’Italia. Carta bianca al giovane Ben, il quale non fa altro che registrare i pezzi con cui ha conquistato il pubblico di tantissimi locali in Inghilterra e in Europa.

Traccia 1, il primo singolo, “Old Pine”. Ricordo di aver sentito per la prima volta la voce e la chitarra di Ben Howard imbattendomi in questa canzone sulla vecchia MTV Brand New, una delle ultime cose non pessime associate alla degradata e degradante TV della musica. Il pezzo rispecchia bene il disco, in generale. Intro molto lunga solo chitarra e voci in falsetto, strofe ben confezionate, ritornello orecchiabile, outro strumentale.

Nonostante il minimalismo diffuso, i dettagli non sono trascurabili, ci sono diverse cause di drizzamento di orecchie. Prima su tutte, la non comune tecnica con cui Ben Howard suona la chitarra. Lui la chiama “pick & go”: in poche parole, si tratta di un’alternanza frequente tra arpeggi e schitarrate, all’interno dello stesso riff. Pieno stile folk anni ’70. Non mi dilungo, è più semplice esortare all’ascolto per far capire.

Parliamo di suoni. E diciamo che la chitarra acustica per mancini utilizzata per registrare Every Kingdom ne emette di favolosi. Un suono pulito, unito a una classe cristallina nel maneggiare lo strumento, qualificano inevitabilmente questo disco come piacevole per qualsiasi orecchio. Batteria appena accennata, volutamente lontana, ma non per questo incapace di imprimere decisi cambi di ritmo, nei tanti pezzi strumentali e crescendo.

Gli accompagnamenti di basso, violoncello, chitarre elettriche e seconde voci sono sempre impeccabili, equilibrati tra loro, tanto da richiedere più ascolti per essere apprezzate appieno. Torna spesso la voce in falsetto, che a giudicare anche dalle esibizioni live sembra essere un marchio di fabbrica del cantautore britannico.

Tutti i pezzi sono articolati e non ripetitivi tra loro. Possono creare un’atmosfera allegra e giocosa (“Keep Your Head Up”, traccia 7) o essere più cupi e sofferti, stile Damien Rice per intenderci (“Black Flies“, traccia 8), senza perdere in qualità. Spesso sento dire che dischi del genere alla lunga provochino sonnolenza, come se non fosse possibile concepire ballatone acustiche senza annoiare l’ascoltatore. A me l’equazione, detta in termini volgari, canzone tranquilla = noia, ha sempre fatto venire i nervi. Questo disco, per una volta, non le dà spazio.

Per tutto l’album si ha la sensazione di essere di fronte a un qualcosa di estemporaneo, composto sul momento, una raccolta di istanti messi splendidamente in musica. L’esempio principe è in “The Wolves“, traccia 3. Nel finale strumentale le voci rimbalzano tra il cantante e i coristi, che ripetono il cantato come se fossero un pubblico a un concerto.

Un debutto impressionante di una potenziale stella. Se avrete voglia e pazienza di ascoltare Every Kingdom, vi consiglio di ascoltare e vedere le splendide esibizioni live, fortunatamente presenti in massa su Youtube. Con la speranza che un giorno venga a suonare (la sveglia) qui.

Ben Howard. Il prototipo del cantautore britannico moderno ultima modifica: 2014-04-08T18:54:30+00:00 da Mattia Cutrone