Sono partita innamorata di un’idea, sono tornata innamorata di una terra. La terra di Emir Kusturica e Goran Bregovic, un piede in Serbia e uno in Bosnia. Vi racconto il mio viaggio su e giù per i Balcani. Il Festival di Guča, la sua follia e le il suo folklore gitano al sapore di rakija.

 

L’estate scorsa ho coronato il sogno di una vita: ho fatto un viaggio nei Balcani. È da quando sono inciampata per la prima volta in un film di Emir Kusturica che sognavo di capire, conoscere e visitare quei paesi così singolari e chiassosi che sentivo nominare nei telegiornali da bambina, senza rendermi conto di cosa stesse succedendo aldilà dell’Adriatico. Mi sono innamorata dei film di Kusturica e, quindi, della musica di Goran Bregovic e di qualunque musica balcanica, turbo-folk o presunta tale. Questa passione ha generato addirittura una tesi di laurea ma, soprattutto, un del tutto anomalo – mai come in questo periodo “politico” – amore incondizionato per gli zingari, rom, gypsi, gitani, nomadi o come diavolo li chiamano ora.

Nello scorso agosto mi sono perciò messa in macchina con diverse mete in testa, ma con un unico obiettivo: il Festival di Guča. Il Festival degli Ottoni di Guča è un festival di trombe che si svolge dal 1961 a Dragačevo, nella Serbia centro-occidentale e, concretamente, si presenta come una via di mezzo tra una sagra di campagna, un festival e un raduno degli Alpini. Ogni anno decine, centinaia di musicisti zingari – e non solo – si ritrovano in questo paesino per occuparne le strade con concerti improvvisati e sfide tra orchestre in ogni angolo. Non c’è una sola strada dove non ci sia una fanfara, tutte con una pseudo divisa kitsch che le contraddistingue, che suona e festeggia come solo gli zingari – Kusturica ci insegna – sanno fare.

 

Prima di arrivare, ero terrorizzata dal ritrovarmi nel classico finto festival invaso da turisti da Lonely Planet. Arrivata, ho capito sin dal parcheggio, pieno di barbecue, tende e intere generazioni di zingari su un minivan, che l’obiettivo del viaggio era raggiunto. Ho subito provato quella rara sensazione di trovarmi nel posto giusto al momento giusto. Si svolge proprio come una vera festa di paese dove le strade sono invase da bancarelle (i cd di musica balcanica e qualunque cosa riguardi il nazionalismo serbo vanno per la maggiore), venditori di birra in lattina e musicisti zingari, ballerine zingare, serbi della zona e quindi campagnoli, serbi festaioli e uno sparuto gruppo di turisti riconoscibile dall’eccitazione immotivata e dalla scarsa capacità di reggere così tante grappe.

gatto nero gatto binacoLe fanfare improvvisano spettacoli soprattutto per un pubblico ristretto, tanto che da un momento all’altro ti trovi accerchiato da una o più fanfare che suonano solo per te invitandoti alla danza e alla mancia (io mi sono ovviamente fatta prendere dalla foga e ho speso così tutto quello che avevo appena ritirato e che avrebbe dovuto bastarmi per almeno i tre giorni successivi). Ma, forse a causa delle birre in lattina da 0.5 e di una quantità di grappe indefinite (o meglio di rakija), mi sono sentita veramente in Gatto nero, gatto bianco di Kusturica ed è quello che conta.
Passata l’area concerti, dove si è esibito anche Goran Bregovic, e oltre gli stand di tosaerba e macchinari agricoli vari, ci sono anche i veri baracconi degli zingari, giostre amarcord anni ’80-‘90. Sull’onda dell’entusiasmo ho addirittura pagato un biglietto per assistere a uno spettacolo di motociclisti che facevano il giro della morte in moto senza mani, bendati, in piedi e in altri modi che al momento mi sembravano davvero fantastici. Inutile dire che ho ballato, mangiato, bevuto, adottato cani e gatti, fatto amicizia con chiunque, serbi, zingari e pure turisti. Per farla breve, ho vissuto una delle serate più folkloristiche della mia vita.

Il mio viaggio nei Balcani aveva altre numerosissime tappe forzate che mi hanno portato a percorrere ben 4.000 km in 15 giorni. Il giorno dopo il Festival di Guča però, stordita e innamorata di quella remota terra, ho fatto di tutto per riuscire a perdermi e imbattermi accidentalmente in Visegrad, che forse non vi dice molto, ma è la città del “Il Ponte sulla Drina” di Ivo Andrič, Nobel per la letteratura nel 1961 su cui Kusturica ha recentemente dichiarato di voler fare un film.

Altrettanto casualmente, dopo aver scavallato più volte il confine tra Serbia e Bosnia, sono incappata proprio nel paese feticcio di Kusturica: Drvengrad, a Mokra Gora. Nell’ancor più sperduta montagna serba esiste un etnovillaggio fondato sempre dal regista e sceneggiatore jugoslavo che costituisce un vero e proprio museo a cielo aperto, con piazza Diego Armando Maradona e una statua di Johnny Deep. Le casette in legno ospitano la Casa Madre, alias la casa del regista, un villaggio-hotel, un cinema, una chiesa e i pochi negozi hanno ovviamente la sua filmografia completa in dvd (solo serbo sottotitolato!).

Il sogno balcanico è proseguito attraversando parchi nazionali bosniaci dove la strada correva circondata da montagne e memoriali alla vittoria inaspettati quanto imponenti, una sorta di land art del periodo di Tito, e sostando poi nello sperduto quanto romanticamente tolkieniano ecovillaggio di “beoni” di Želenkovac.

Insomma, sono partita innamorata di un’idea e, nonostante i chilometri su strade improbabili, i mal di testa conseguenza delle grappe e le troppe frontiere, sono tornata innamorata di una terra.

“Siamo tutti matti, solo che non ce l’hanno ancora diagnosticato” (Underground)

[Estella Trotta]

Balcani dreaming. Il Festival di Guča e il folklore gitano ultima modifica: 2015-01-26T18:11:47+00:00 da YURY