28 Days Later è un film del 2002 diretto da Danny Boyle (Trainspotting, The Beach, Sunshine, The millionaire) che trascina lo spettatore in una Londra devastata da una terribile pandemia di rabbia. Giochi di luci e ombre, una fotografia eccellente e il ritmo incalzante tengono lo spettatore incollato alla poltrona. Senza però rinunciare agli spunti di riflessione.

 

Sono passati ormai tredici anni dall’uscita nelle sale di 28 giorni dopo, pellicola dai forti sapori post-apocalittici con una brutale carica di realismo. Nel 2002, Danny Boyle, regista britannico, aveva ormai consolidato la propria carriera sfornando i successi internazionali Trainspotting, dall’omonimo romanzo di Irvine Welsh  e The beach con un giovanissimo Leonardo Di Caprio. A posteriori, osservando la tipologia di film a cui appartiene 28 giorni dopo (horror post-apocalittico), si può facilmente intuire quanto il progetto fosse una sorta di salto nel vuoto per un regista abituato a navigare nella sfera del noir, della commedia o del thriller. Fortunatamente per noi spettatori, il film si rivelò un successo (Saturn Award nel 2004 come miglior film horror, European Film Award nel 2003 per la miglior fotografia e un Meliès d’argento nel 2002) tanto da guadagnarsi un seguito: 28 settimane dopo – con Robert Carlyle come protagonista. Nel 2009 Boyle vinse il premio Oscar alla regia con il film The Millionaire. I due film sulla pandemia zombie, probabilmente, avranno una  degna conclusione con 28 mesi dopo, terzo capitolo della saga attualmente in progettazione.

La trama di 28 Giorni Dopo

Come nei migliori libri di Agatha Christie, il colpevole – quello vero – si vede già dalle prime battute della narrazione.
Notte. Siamo in un laboratorio scientifico nei sobborghi londinesi. Delle povere scimmie vengono utilizzate come cavie e sottoposte a quella che parrebbe la “cura Ludovico” di Arancia Meccanica: legate a tavolacci di metallo, con la testa bloccata, sono costrette a guardare dei monitor che proiettano le immagini della peggiore ultraviolenza. A questo punto irrompe nel complesso un gruppo di animalisti decisi a liberare i poveri primati (apparentemente) indifesi. “Non aprite le gabbie! Sono infetti!” implora uno scienziato che coglie gli attivisti in flagrante. Ma ormai è troppo tardi. Il danno è fatto. Buio.

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A questo punto lo spettatore si trova catapultato insieme a Jim (Cillian Murphy), un pony express, in una stanza d’ospedale dove il giovane è rimasto incosciente per 28 giorni in seguito a un incidente in motorino. Non abbiamo utilizzato il termine “insieme” in maniera casuale: le sequenze del risveglio di Jim (come del resto tutto il film) sono di un realismo assoluto. Spaesato, nel silenzio, il ragazzo si aggira per una Londra surreale: deserta, immobile, come cristallizzata nel tempo. Si intravvedono il London Eye, Liverpool Street, il Big Ben, ma ogni cosa è fuori posto. Auto ribaltate, cumuli di banconote sui marciapiedi, avvisi di persone scomparse, annunci della guardia nazionale. Mentre Jim avanza, e comincia a correre spaventato, sempre più conscio del fatto che sia accaduto qualcosa di orribile, le musiche di John Murphy (incredibilmente intonate alle immagini sullo schermo) spingono ancor di più lo spettatore nello stesso stato di angoscia che sta vivendo il protagonista. Di qui in avanti Jim prenderà conoscenza dei fatti, della pandemia, incontrerà altri sopravvissuti (tra i quali, il fraterno amico di William Wallace, Brendan Gleeson), con i quali sperimenterà la difficoltà di sopravvivere alla ferocia dello zombie (anche se proprio zombie non sono. Ma vada per l’ergonomia dialettica) ma soprattutto assaggerà la stupidità e la crudeltà dell’essere umano.

Adrenalina, realismo e spunti di riflessione

Ciò che rende 28 giorni dopo un prodotto assolutamente vincente – pur facendo parte di un genere bistrattato come l’horror – è la sua prepotente carica realistica. Le panoramiche sopraelevate di Londra deserta all’inizio del film hanno ormai fatto scuola. Lo script del film, i dialoghi, le reazioni dei personaggi a una realtà estrema come quella di una pandemia di rabbia risultano essere assolutamente genuini e spontanei.

naomie-harrisI protagonisti, Cillian Murphy (noto ai più per il successivo ruolo nei panni dello “Spaventapasseri” nella trilogia di Batman  di Nolan), Brandan Gleeson e Naomie Harris (la bella Tia Dalma dei Pirati dei caraibi) sono un assortimento di attori solitamente abituati a ruoli da comprimari ma che si dimostrarono essere di assoluto livello.

L’arma in più del film, ad ogni modo, resta la regia eccellente di Boyle, che riesce a giocare perfettamente con le luci e a servirsi dell’oscurità e delle ombre per terrorizzare lo spettatore (memorabili le scene della tromba delle scale e quella della ruota bucata nel tunnel). In un’alternanza classica da film horror, fra scene di stasi e “rilassamento” seguite da altre di puro thrilling e pulp – accompagnate da una colonna sonora che fa alla grande il suo “sporco lavoro” – Boyle ci fa correre per un’ora e cinquanta circa per le strade devastate di una “piccola isola malata”.

28 giorni dopo è un’opera perfettamente orchestrata dal direttore britannico che riuscì a fondere l’intento di puro entertainment, la pregevolezza di riprese e immagini di prim’ordine nonché un non troppo velato messaggio di pessimismo e sfiducia nei confronti dell’essere umano e del suo futuro [ma la speranza c’è!].

Il trailer


 

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28 giorni dopo: il vero nemico non è lo zombie ultima modifica: 2015-06-08T16:18:11+00:00 da Marco Piva